giovedì 30 maggio 2019

Pastore straordinario in una terra difficile – Áron Márton vescovo di Transilvania


Per capire meglio la Chiesa che è in Transilvania, quella di rito latino e di lingua ungherese, non si può prescindere dalla figura del Servo di Dio Áron Márton. Chiamato anche oggi, a quarant’anni dalla morte “il Vescovo”, egli è stato pastore intrepido della comunità cattolica di quelle terre nell’epoca difficilissima delle dittature atee (1938-1980). Un pastore “dall’odore delle pecore” che, nella lontana Transilvania, anticipò di trent’anni certe linee pastorali del Concilio Vaticano II, comprendendo l’importanza della nuova evangelizzazione. Conservò la fedeltà alla Santa Sede e la disciplina nel suo clero, suscitò vocazioni sacerdotali e, quando era il momento, fece di tutto per difendere i perseguitati: sia gli ebrei che i greco cattolici.


La sua biografia, pubblicata un paio di anni fa dalla Editrice Velar in italiano, inglese, tedesco, romeno e ungherese, offre una buona sintesi della vita e del pensiero di questo figlio della Terra dei Siculi (in ungherese Székelyföld), definito da San Giovanni Paolo II come “integerrimo servo del Signore”.


mercoledì 29 maggio 2019

Aspettando Papa Francesco a Csíksomlyó – con il dono di una vera “foresta”


Sarà una vera “foresta” il dono offerto simbolicamente al Santo Padre, in occasione della S. Messa che celebrerà a Csíksomlyó il 1° giugno. 
Uno dei primi alberi piantati in onore di Papa Francesco
con il motto del viaggio apostolico: "Camminiamo insieme"
Parrocchia di Székelykeresztúr (foto: Romkat.ro)
Su iniziativa dell’Arcidiocesi di Alba Iulia/Gyulafehérvár le parrocchie e gli enti religiosi hanno iniziato a piantare degli alberi in ricordo della visita di Papa Francesco presso la propria chiesa o la canonica. È un modo di testimoniare al Papa la loro adesione al magistero espresso nell’Enciclica Laudato si’ sulla cura della casa comune. Infatti, nella bellissima Terra dei Siculi (Székelyföld) sono le foreste la “casa comune”, il tesoro forse più prezioso che il Creatore ha donato all’uomo.
Piantumazione dell'albero del Papa - Parrocchia di Nyárádszereda (foto: Romkat.ro)
Gli alberi renderanno duratura la memoria della visita del Papa e richiameranno l’attenzione delle generazioni presenti e future alle parole dell’enciclica: “affinché proteggiamo il mondo e non lo deprediamo, affinché seminiamo bellezza e non inquinamento e distruzione” (Laudato si’, 246.) La piantumazione a cura delle parrocchie avviene, di solito, dopo la messa, con una lettura tratta dall’Enciclica Laudato si’, la preghiera per il Santo Padre e la benedizione dell’albero.

martedì 28 maggio 2019

Aspettando Papa Francesco a Csíksomlyó – simboli (2)

Arredi liturgici

Gli arredi liturgici appena finiti (foto: Székelyhon.ro)
Gli arredi liturgici che verranno utilizzati durante la celebrazione a Csíksomlyó sono stati fabbricati, nell’arco di un mese, da una ditta locale, di Odorheiu Secuiesc/Székelyudvarhely, i cui operai si sono detti tutti emozionati per l’occasione davvero storica che gli è capitato di preparare.
Il trono preparato per Papa Francesco
(foto: Székelyhon.ro)
L’altare, il trono papale e i seggi per gli assistenti, gli amboni, il candelabro pasquale e i tavoli sono di una nobile semplicità che si addice al Santuario di Csíksomlyó. Sono stati realizzati in legno di quercia, su progetti dell’Architetto Ernő Bogos, autore anche dell’estensione del baldacchino sopra l’Altare dei Tre Colli. Dopo la celebrazione resteranno a disposizione dei francescani del Santuario.


Il Portone Székely


A Csíksomlyó il Santo Padre accederà all’area della messa attraverso un portone monumentale eretto in suo onore. Si tratta di un caratteristico portone székely o siculo (székelykapu), vero simbolo dell’accoglienza e dell’ospitalità dei székely. Il famoso portone székely è un vero capolavoro dell’artigianato tradizionale, opera dei famosi intagliatori del legno della Terra dei Siculi (Székelyföld).

lunedì 27 maggio 2019

Aspettando Papa Francesco a Csíksomlyó – simboli (1)


Il Santuario di Csíksomlyó, come tutti i luoghi sacri, presenta una serie di simboli che parlano della fede e dell’identità dei fedeli che lo frequentano. In occasione della visita del Santo Padre, il 1 giugno, oltre a quelli abituali ci saranno alcuni nuovi, approntati per la celebrazione.

La statua della Vergine di Csíksomlyó lascerà la chiesa per salire sul monte ed essere insignita della Rosa d’Oro. Un caratteristico Portone Székely viene eretto in onore di Papa Francesco, le vesti e le suppellettili liturgiche sono state confezionate per lo più da artigiani locali.

La Statua della Madonna

La statua della Madonna di Csíksomlyó è un bell’esempio della scultura rinascimentale transilvana. Di origine ignota, ma sicuramente regionale, risale agli anni 1510 e con la sua altezza di 2,27 metri è considerata la più grande statua di questo genere. Scolpita in legno d’acero, rappresenta la “Donna vestita di Sole”, con il Bambino in braccio, la luna sotto i piedi e la corona regale sul capo, cinta anche di una corona di dodici stelle.

La leggenda narra che essa rimase miracolosamente indenne nell’incendio del 1661 (anche recenti indagini scientifiche hanno confermato la mancanza di qualsiasi bruciatura) e i tartari che avrebbero voluto rubarla non riuscirono a smuoverla. È esposta dietro l’altare maggiore della chiesa del santuario, accessibile da una scalinata. La devozione popolare prevede, infatti, la salita alla statua della Madonna per toccarla con la mano o con un fazzoletto.

domenica 26 maggio 2019

L’Ambasciatore d’Ungheria a Rome Reports sul viaggio del Papa in Romania


Nell’intervista realizzata da Rome Reports l’Ambasciatore d’Ungheria Eduard Habsburg-Lothringen ha spiegato perché l’imminente viaggio apostolico di Papa Francesco in Romania ha un significato speciale anche per gli ungheresi.

“Ogni visita del papa è sempre un regalo. Per noi ungheresi questa [in Romania] ha un significato speciale perché Papa Francesco ha deciso di visitare il santuario ungherese più importante al mondo. Si chiama Csíksomlyó e si trova in Transilvania”.

“Csíksomlyó è un bellissimo posto all’aperto, su una collina, tra le foreste. E lì si vedrà una folla a riempire l’orizzonte celebrando il papa.”

“È un regalo molto speciale del Papa quello di venire in questo luogo anche perché quando Papa San Giovanni Paolo II ha visitato la Romania per la prima volta non è venuto dalle parti dei cattolici di lingua ungherese della Romania. Questo papa lo farà, e dedicherà due giorni [alla Transilvania]. Sappiamo che è un gesto di Papa Francesco e gliene siamo molto grati.”

sabato 25 maggio 2019

Aspettando Papa Francesco a Csíksomlyó – le sfide dei cattolici ungheresi


Nella seconda parte della sua presentazione “Cattolici Ungheresi: 1000 anni in Transilvania – 100 anni in Romania”, tenuta l’8 maggio scorso presso l’Accademia d’Ungheria a Roma, il Prof. Zsolt Tamási, Direttore del Liceo Cattolico “II. Rákóczi Ferenc” di Targu Mures/Marosvásárhely parla delle sfide recenti ed attuali dei cattolici ungheresi della Transilvania. Esse riguardano la restituzione dei beni ecclesiali, le scuole cattoliche, i simboli della comunità e lo stesso “Perdono di Csíksomlyó”.

 

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Coordinamento pastorale tra le diocesi di lingua ungherese

I cattolici ungheresi della Romania appartengono a quattro diocesi di rito latino: Alba Iulia/Gyulafehérvár, Oradea/Nagyvárad, Satu Mare/Szatmár e Timisoara/Temesvár. La prima, che comprende la maggioranza della popolazione cattolica di lingua ungherese, è stata elevata al rango arcivescovile, immediatamente soggetta alla S. Sede. 
Diocesi cattoliche di rito latino della Romania - al centro l'Arcidiocesi di Alba Iulia/Gyulafehárvár
Le altre tre diocesi latine, anch’esse prevalentemente di lingua ungherese sono, invece, suffraganee dell’Arcidiocesi di Bucarest. La Conferenza Episcopale della Romania riunisce sia i vescovi greco cattolici che quelli latini, dei quali quattro sono ungheresi.


Distribuzione dei fedeli cattolici di rito latino tra le diocesi della Romania
Per motivi pastorali e di ordine pratico le quattro diocesi latine della Transilvania e del Banato, rette da vescovi ungheresi, coordinano tra di loro le attività pastorali e liturgiche secondo le possibilità e le necessità. Li accomuna sia la geografia che la lingua. Usano i libri liturgici ungheresi, pubblicano di comune accordo i libri e i sussidi per la catechesi, i santi più venerati sono quelli ungheresi. Tra quelli antichi spiccano Santo Stefano d’Ungheria e San Ladislao, tra quelli recenti i due vescovi martiri Bogdánffy e Scheffler, nonché il Servo di Dio Áron Márton.

Restituzione dei beni ecclesiastici


Aspettando Papa Francesco a Csíksomlyó – breve storia dei cattolici ungheresi


Pubblichiamo la sintesi della prima parte della presentazione “Cattolici Ungheresi: 1000 anni in Transilvania – 100 anni in Romania”, tenuta l’8 maggio scorso presso l’Accademia d’Ungheria a Roma dal Prof. Zsolt Tamási, Direttore del Liceo Cattolico “II. Rákóczi Ferenc” di Targu Mures/Marosvásárhely sulla storia dei cattolici ungheresi della Transilvania. Una storia che presenta non solo tanti momenti di sofferenza e di delusione, ma anche dei tratti peculiari, come il ruolo dei laici nella pastorale e nella gestione dei beni della Chiesa, a partire dal XVII secolo.


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La Transilvania è una regione che da cento anni appartiene alla Romania, e dove i cattolici ungheresi sono stati plasmati da ben mille di storia, quando hanno dovuto imparare a resistere e a ricominciare.
La diocesi cattolica di rito latino della Transilvania fu fondata nel 1009 da Santo Stefano re d’Ungheria. Facendo parte del Regno d’Ungheria, essa fu per secoli l’ultima diocesi latina verso oriente. Ha dovuto spesso subire le incursioni di diversi popoli nomadi orientali, poi quelle dei turchi che ne hanno decimato la popolazione. Guardiani di questi confini orientali dell’Ungheria e, insieme, della Chiesa Cattolica, furono i székely, o siculi, una popolazione di guerrieri ungheresi che tuttora vive compatta in quelle regioni, oggi come una isola ungherese e cattolica al centro della Romania ortodossa.
Le diocesi del Regno d'Ungheria nel XI secolo
Lo sviluppo medievale venne interrotto prima dall’invasione mongola (i tartari), nel 1241, poi, nel XVI secolo, dall’espansionismo turco che soggiogò la parte centrale del Regno d’Ungheria. La Transilvania, divenuta Principato autonomo, dovette trovare un equilibrio precario tra l’Impero Asburgico e l’Impero Ottomano.
Nel periodo della Riforma, quando praticamente tutta la regione divenne protestante, solo i székely (siculi) si mantennero fedeli al cattolicesimo, grazie alla protezione della Vergine di Csíksomlyó. I székely, infatti, si difesero a mano armata contro i tentativi di conversione forzata: proprio questo fatto è all’origine del pellegrinaggio e del “Perdono di Pentecoste” presso il Santuario di Csíksomlyó.
La Transilvania - dettaglio di un affresco del XVI secolo
nel Palazzo Apostolico in Vaticano
Essendo il Principato di Transilvania a dominanza protestante, ai cattolici fu impedito di avere un vescovo proprio e la Diocesi della Transilvania venne amministrata da vicari episcopali. Gli ordini religiosi espulsi, i loro conventi distrutti nelle guerre, solo alcuni dei conventi francescani rimasero operativi, tra i quali quello di Csíksomlyó. La carenza di sacerdoti portò alla diffusione di una istituzione particolare, i cd. “licenziati”, ossia degli uomini laici che con la licenza del vescovo svolgevano tutte le funzioni pastorali che non richiedevano l’ordine sacro.
In assenza dell’ordinario tanti beni della diocesi vennero usati dallo stato. A tutela dei diritti e dei beni della Chiesa ci pensarono allora le famiglie aristocratiche rimaste cattoliche. All’inizio del XVII secolo fondarono il cd. “Status Romano-Catholicus Transylvaniensis”, un peculiare organo di autogoverno che riuniva dei rappresentanti ecclesiali e laici, cui spettava di amministrare i beni ecclesiali.
Dopo la riconquista e l’avvento della dominazione asburgica anche il vescovo poté far ritorno in Transilvania. Il cattolicesimo, con gli ordini religiosi e le istituzioni caritative e scolastiche, poté finalmente riorganizzarsi. Nel XVIII secolo, volendo fuggire alle pressioni centralizzatrici degli Asburgo, che ne tolsero gran parte dell’antica autonomia, tanti székely emigrarono nella vicina Moldavia, dando vita ad una folta comunità di csángó di religione romano cattolica e di lingua ungherese.
Lo smembramento dell’Ungheria, alla fine della Prima Guerra Mondiale, vide la Transilvania e diverse contee dell’Ungheria orientale, assegnate alla Romania. Quest’ultima avviò una politica di centralizzazione, a discapito delle differenze regionali esistenti, limitando le possibilità delle minoranze nazionali non ortodosse.

venerdì 24 maggio 2019

Aspettando Papa Francesco a Csíksomlyó – i csángó


Pellegrini csángó a Csíksomlyó
Tra i gruppi di fedeli più numerosi che assisteranno alla S. Messa di Papa Francesco a Csíksomlyó (Sumuleu Ciuc) ci sarà anche quello dei csángó (in romeno: Ceangăi). I csángó sono assidui frequentatori di questo santuario mariano ungherese e, in occasione dell’annuale “Perdono di Pentecoste”, spesso vi giungono dopo un lungo pellegrinaggio a piedi, vestiti nei loro costumi tradizionali, partendo dai villaggi della Moldavia (regione orientale della Romania) attraverso le montagne dei Carpazi Orientali.

Tytti Isohookana-Asunmaa
presenta il libro "The Csángó"
I csángó sono un gruppo molto speciale della Romania, al quale il Consiglio d’Europa ha dedicato un proprio rapporto speciale nel 2001, col titolo “Cultura della minoranza csángó in Romania”, promosso dalla Signora Tytti Isohookana-Asunmaa, una parlamentare finlandese che vi ha dedicato uno studio approfondito, pubblicato successivamente anche in un libro in inglese. (per un approfondimento storico in italiano vedasi QUI.)

Secondo il Rapporto “Csango minority culture in Romania, approvato dal Consiglio d’Europa nel maggio 2001, i csángó “sono un gruppo non omogeneo di gente romano cattolica, di origini ungheresi. Questo gruppo etnico è un relitto medioevale, sopravvissuto in Moldavia, nella parte orientale dei Carpazi in Romania. I csángó parlano una forma arcaica dell’ungherese e hanno delle tradizioni antiche e una grande diversità di arte e cultura popolare che rappresenta un valore eccezionale per l’Europa.”


“Per secoli l’identità dei csángó era basata sulla religione romano cattolica e sulla propria lingua, un dialetto ungherese, parlato in famiglia e nella comunità del villaggio. Questo, assieme al loro stile di vita e la visione del mondo arcaici possono spiegare i loro stretto attaccamento alla religione cattolica e la sopravvivenza del loro dialetto.”

Messa dei csángó a Bacau (27 gennaio 2019)
“Oggi solo 60.000-70.000 persone parlano la lingua csángó. Al fine di tentare di preservare quest’esempio di diversità culturale europea l’Assemblea [Parlamentare del Consiglio d’Europa] raccomanda al Consiglio dei Ministri di incoraggiare la Romania a sostenere i csángó attraverso misure concrete, in modo particolare nel campo dell’educazione.”

“Oggi in Moldavia la lingua usata nelle scuole e nelle chiese è il romeno. Esiste l’insegnamento in ucraino e lo studio del polacco, della lingua rom e del russo come madre lingua. Nonostante le previsioni della legge romena sull’istruzione, e le ripetute richieste dei genitori, non è assicurato l’insegnamento della lingua csángó nei villaggi csángó. Di conseguenza, solo pochi csángó sanno scrivere nella propria madrelingua.”

Insediamenti dei csángó nella regione orientale della Romania
“I csángó non avanzano richieste politiche, ma vogliono solamente il riconoscimento della loro cultura distinta. Chiedono assistenza per preservarla e, soprattutto, chiedono che ai loro bambini venga insegnato la lingua csángó e le loro funzioni religiose siano tenute nella loro madrelingua.”

La Raccomandazione 1521 (2001) dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa, riprendendo le affermazioni contenute nel rapporto sulla “Cultura della minoranza csángó in Romania”, ha menzionato quindi anche la questione religiosa dei csángó: “ci dovrebbe essere l’opzione di avere funzioni romano cattoliche in lingua csángó nelle chiese dei villaggi csángó e la possibilità per i csángó di poter cantare i canti nella loro madrelingua”.

In seguito, rispondendo alle raccomandazioni, il Consiglio dei Ministri del Consiglio d’Europa, nel novembre 2001, ha dichiarato di “essere fiducioso che la Santa Sede, tramite i suoi regolari contatti con le Autorità ecclesiali del luogo con le Autorità governative dei rispettivi paesi, continuerà a seguire le questioni sollevate, per quanto esse possano influire sulla vita religiosa dei csángó.”

Per anni, anzi decenni, è andata avanti la discussione se la richiesta dei fedeli csángó si riferisse a celebrazioni in lingua csángó, oppure in lingua ungherese. Tuttavia, come emerge anche dal Rapporto “Cultura della minoranza csángó in Romania”, la lingua dei csángó è un dialetto peculiare dell’ungherese, ed è questa in cui sono disponibili i libri liturgici, mentre nel dialetto csángó – come è il caso di tanti dialetti nel mondo – si cantano i propri canti religiosi “popolari”.

Chiesa di S. Nicola nella città di Bacau (Bákó),
uno dei centri della minoranza csángó della Moldavia romena
La questione è stata diverse volte affrontata in diverse sedi, anche a livello di iniziativa congiunta dei Presidenti dei Parlamenti romeno e ungherese. Infine, nel gennaio del 2019 il vescovo di Iasi, Mons. Petru Gherghel, che guida la diocesi dal 1990, ha autorizzato la celebrazione di una S. Messa al mese in lingua ungherese nella Chiesa di San Nicola a Bákó (Bacau).

La Signora Tinka Nyisztor, etnologa e rappresentante dell’Alleanza degli Ungheresi Csángó della Moldavia, ha commentato soddisfatta l’esaudimento, dopo circa 30 anni, delle loro ripetute richieste. In occasione della prima messa ungherese, il 27 gennaio, la Chiesa di San Nicola si è riempita di fedeli csángó, provenienti dai villaggi vicini che hanno pregato con i loro canti caratteristici prima della messa, officiata dai sacerdoti locali in lingua ungherese. Secondo fonti locali, da allora la messa mensile ungherese continua ad attirare sempre più fedeli csángó che ne vorranno rendere grazie alla Madonna di Csíksomlyó, in presenza di Papa Francesco, la cui visita confermerà anche loro nella fede degli avi.

giovedì 23 maggio 2019

Aspettando Papa Francesco a Csíksomlyó – i székely


Oltre 110 mila fedeli si sono registrati per partecipare alla S. Messa di Papa Francesco presso il Santuario di Csíksomlyó/Sumuleu in Romania. Si tratta di circa 1.300 gruppi, oltre ai pellegrini individuali. Secondo i dati non definitivi, saranno circa 83.000 i pellegrini che arriveranno dalle diverse parti della Romania, circa 35.000 quelli provenienti dall’Ungheria e oltre 2.000 da altri paesi.

I più numerosi saranno senza dubbio gli ungheresi della Transilvania, abituali frequentatori di quel Santuario mariano. Molti di loro saranno i székely (in italiano: siculi, in romeno: secui, in inglese: Szeklers), gli abitanti della regione dove si trova Csíksomlyó, chiamata, appunto, Terra dei Siculi (in ungherese: Székelyföld, in romeno: Ținutul Secuiesc, in inglese: Szeklerland).

Giovani székely/siculi in costumi tradizionali
nella processione di Pentecoste a Csíksomlyó/Sumuleu
I székely/siculi sono un gruppo etnico ungherese, vale a dire una popolazione con una identità ungherese che parla la lingua ungherese. La stragrande maggioranza di loro vive compatta nelle Province di Maros/Mures, Hargita/Harghita e Kovászna/Covasna delle quali rappresentano oltre il 75% della popolazione totale.

mercoledì 22 maggio 2019

Defending and strengthening the way of life stemming from Christian faith


Prime Minister Viktor Orbán’s speech at the inauguration of the renovated Saint George’s Church in Nagykáta, Hungary (17 May 2019)

From the Prime Minister’s Press Office

 

It is a great joy for me to be here, and to celebrate the re-dedication of your renovated church with you. And naturally I congratulate the latest recipient of the St. George Award. I have a dear friend who always warns me not to use military terms in speeches at church events. And while I mostly try to heed that advice, nonetheless I can’t resist saying how lucky you are that every single day you are under the protection of Saint George, the legendary warrior saint. His life shows us most clearly that, if life demands it, we must bravely stand up for the truth, for what is good, and in general for every important value that has been entrusted to us. Observing his example, we clearly see that we Christians – and particularly those of us whom God created as Hungarians – must always be ready to defend our faith, our country, or our family when needed. And I have personal experience that you here in Nagykáta understand this very well.

Roman Catholic church at Nagykáta (Pest County, Hungary)
has been renovated recently, with the assistance of the Government
The last time I was here as your guest was sixteen years ago, in 2003. Back then cold winds were blowing through Hungary. It seemed that what we had built between 1998 and 2002 would be demolished. It seemed that we were seeing the rise of people for whom national cohesion meant little or nothing at all, and who were indifferent to the Hungarian people’s thousand-year heritage. I remember that back then there were many who were sad at the sight of this, and planned to preserve their faith and dreams by withdrawing to their churches and inner rooms. You Catholics of Nagykáta did not do this. With pride and dignity you stood by the knightly legacy of Saint George and the Christian witnesses. With your parish priest taking the lead, you showed how to persevere, even in difficult times.

martedì 21 maggio 2019

“Dobbiamo renderci conto della realtà” – testimonianze di leader cristiani della Nigeria a Budapest


Comunicato stampa della Segreteria della Conferenza Episcopale Ungherese sulla visita di una delegazione ecclesiale nigeriana a Budapest.

Mons. Matthew Hassan Kukah, vescovo della Diocesi di Sokoto e il Rev. Dacholom Datiri, presidente della comunità protestante della Church of Christ of Nigeria hanno tenuto una conferenza sulle persecuzioni dei cristiani nei paesi d’Africa e sulla perseveranza dei fedeli del luogo. L’evento ha avuto luogo nell’Aula delle Cerimonie dell’Università Cattolica Pázmány Péter (UCPP) a Budapest (Ungheria) il 13 maggio.

Matthew Hassan Kukah, vescovo della Diocesi di Sokoto nel suo discorso intitolato Crescere fra le spine: combattimenti di testimoni cristiani in un’ambiente di maggioranza musulmana ha sottolineato che per entrare in dialogo la fiducia è indispensabile, ma per poter costruirla uno deve sviluppare la fiducia in sé stesso per primo. „Non bisogna chiedere perdono per il fatto che siamo cristiani” – ha ribadito il vescovo Kukah. È molto importante che i fedeli „ritrovino la loro voce cristiana” – ha esortato l’udienza Matthew Hassan Kukah, vescovo di Sokoto.

Nella sua relazione intitolata Spezzati, ma non sconfitti Dacholom Datiri, presidente della comunità protestante della Church of Christ of Nigeria ha dato un resoconto sulla situazione dei fedeli della sua chiesa presente in dodici paesi d’Africa. Il pastore ha spiegato: la sua chiesa è la comunità cristiana che soffre le persecuzioni più atroci in Nigeria. Le organizzazioni degli islamisti estremisti commettono massacri, cacciano da casa migliaia di gente, costringono milioni a lasciare la propria patria, distruggono le case, le chiese, danno fuoco ad interi villaggi, annientano cibo e prodotti agricoli. Recentemente hanno commesso un attentato suicida contro un ospedale, non badando neanche al fatto che dentro stessero curando soprattutto malati musulmani. „Non possiamo rimanere indifferenti. Dobbiamo renderci conto della realtà. Il mondo non può chiudere un occhio e non può negare le persecuzioni dei cristiani!” – ha concluso il suo discorso Dacholom Datiri ed ha chiesto le preghiere dei presenti per la sua comunità e per i cristiani perseguitati.

L’evento è stato organizzato dalla Segretaria per l’aiuto ai Cristiani Perseguitati e per il Programma Hungary Helps. Ungheria recentemente ha dato un contributo sostanziale alla ricostruzione dell’infrastruttura scolastica cattolica – compreso un seminario – della Nigeria distrutta dai estremisti donando un milione di Euro, ed inoltre ha offerto borse di studio per studenti universitari della Nigeria, un gruppo dei quali ha incontrato Papa Francesco nell’ottobre dell’anno scorso in occasione dell’udienza generale in Vaticano.

 

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Comunicato dell’Ufficio Stampa del Primo Ministro ungherese sulla visita dei presuli nigeriani.


Il Primo Ministro Viktor Orbán riceve i vescovi nigeriani a Budapest (Foto: MTI)

Prime Minister Viktor Orbán in talks with Nigerian Christian leaders


 

martedì 14 maggio 2019

“La sua santità nobilita e commuove la Chiesa universale” – Omelia del Card. Angelo Amato sul Cardinale Mindszenty


S. Messa celebrata dal Card. Amato in memoria del Cardinale Mindszenty
Con una Messa solenne, il 9 maggio 2019, nella Basilica di S. Stefano Rotondo, è stato commemorato il 44° anniversario della morte del Venerabile Cardinale József Mindszenty. A presiedere il rito il Cardinale Angelo Amato, Prefetto emerito della Congregazione per le Cause dei Santi, accompagnato da diversi sacerdoti ungheresi e di altre nazioni.

Hanno preso parte alla celebrazione diversi membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la S. Sede, nonché l’Ambasciatore d’Ungheria in Italia Ádám Zoltán Kovács. Presenti i pellegrini provenienti dall’Ungheria, che il giorno prima sono stati ricevuti da Papa Francesco. Tra i pellegrini anche un parente di Mindszenty, il Sig. Imre Fukszberger, sindaco del paese natale dell’eroico Primate d’Ungheria, nonché la Sig.ra Etelka Romanek, sindaca di Esztergom, sede primaziale ungherese e luogo della sepoltura del Card. Mindszenty. I bambini orfani del “Piccolo Coro di S. Francesco” hanno animato la liturgia, trasmessa dal vivo da Radio Maria Ungheria.


Pubblichiamo il testo dell’omelia del Cardinale Angelo Amato.

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1. Siamo nel tempo pasquale, durante il quale la Chiesa celebra con gioia il mistero della risurrezione di Gesù, salvatore del mondo. Lo stupore dei primi discepoli continua ancora oggi a risplendere sul volto dei fedeli del mondo intero, confortati e fortificati dalla presenza del Signore risorto e dalle sue parole di verità e di vita.


Lo scultore Surovtsev sulla statua del Card. Mindszenty


Lo scultore Surovtsev, autore della statua del Cardinale Mindszenty, presentata di recente a Papa Francesco, aveva spiegato così, in una precedente intervista, il significato della sua opera:

Lo scultore russo vladimir Surovtsev con la statua del Card. Mindszenty


“Io cerco l’armonia nella materia, nel ritmo delle forme, nel contenuto interiore. Il mio desiderio è che le mie opere non suscitino mai emozioni negative nello spettatore, a prescindere dalla sua appartenenza ad un determinato popolo o religione. È stato questo pensiero a guidarmi nel raffigurare il Cardinale Mindszenty. Qualsiasi persona osservi questa scultura, attraverso l’impatto complessivo percepisce quella saggezza che proviene dal movimento e della postura del Cardinale, e vorrei che questo sia un aiuto alla riflessione sulla pienezza del mondo. Lo spettatore non contrapponga la sua cultura e la sua filosofia di vita a quello che vede. È stato questo il mio pensiero principale.

lunedì 13 maggio 2019

Bambini della Transilvania salutati in ungherese da Papa Francesco


Papa Francesco con i bambini della Transilvania e i loro accompagnatori in Vaticano
(foto: Vatican Media)
Si è svolto al termine dell’udienza generale dell’8 maggio 2019 l’incontro del santo Padre con il "Piccolo Coro di San Francesco”, composto dai bambini abbandonati e orfani della Transilvania, accolti da Fra’ Csaba Böjte e la sua Fondazione San Francesco di Déva.
Il Papa saluta Fra' Csaba accanto al dono "Parvuli Dei" (foto: Vatican Media)
Sono arrivati una trentina di bambini, in rappresentanza degli altri circa 2.300 presenti nei vari istituti gestiti dalla Fondazione. Hanno portato, però, virtualmente anche i loro compagni, grazie alla finestra “Parvuli Dei”. Papa Francesco ha osservato con attenzione il dono ed ascoltato la spiegazione del culto del Bambino Gesù che aiuta a compiere la carità con tenerezza, proprio come Lui stesso l’aveva auspicato nella catechesi di quella mattina.
Il Santo Padre ha poi salutato i bambini in lingua ungherese, pronunciando “Isten hozott!” (Benvenuti!) quando gli è stato spiegato di trattarsi di bambini ungheresi della Transilvania. Fra’ Csaba gli ha raccontato che, assieme ad altri 1.000 bambini lo aspetteranno al Santuario di Csíksomlyó, dove celebrerà la messa il 1° giugno, in occasione della visita in Romania.

Vatican News ne ha pubblicato un reportage:

Statua e reliquia del cardinale martire József Mindszenty offerte al Santo Padre


Una statua in bronzo del Cardinale Mindszenty è stata presentata al Santo Padre dai rappresentanti delle Ambasciate Ungherese e Russa, durante l’udienza generale dell’8 maggio 2019, quale testimonianza della riconciliazione tra i due popoli. Regalata anche una reliquia di Mindszenty a Papa Francesco, che l’ha venerata, dichiarando che per lui l’eroico Primate d’Ungheria “era un martire”.

Papa Francesco venera la reliquia del Card. Mindszenty: "era un martire!" (foto: OR/Vatican Media)
Nella Città di Esztergom, sede primaziale d’Ungheria, nel 2015, in occasione del 40° anniversario della morte del Venerabile Servo di Dio Card. József Mindszenty, è stata inaugurata una statua monumentale, opera dello scultore russo, Vladimir Surovtsev. Raffigura il Cardinale martire assorto nella preghiera per la pace. L’opera è stata un dono da parte della fondazione russa “Operatori di Pace per la Pace” alla fondazione dei francescani ungheresi di Esztergom, in nome della purificazione della memoria e della riconciliazione tra la nazione russa e quella ungherese.
In occasione del pellegrinaggio a Roma, nella ricorrenza del 44° della morte del cardinale Mindszenty, una copia in miniatura della statua è stata presentata a Papa Francesco, nel corso dell’udienza generale dell’8 maggio, quale omaggio al suo impegno per la pace e la riconciliazione tra i Stati e le Nazioni nel mondo.

La statua del Card. Mindszenty presentata al S. padre (foto: OR/Vatican Media)
È stato l’Ambasciatore d’Ungheria Eduard Habsburg-Lothringen a presentare il regalo al Santo Padre, assieme al Cons. Alexander Paklin, Incaricato d’Affari dell’Ambasciata Russa presso la S. Sede. Erano presenti lo scultore, Sig. Vladimir Surovtsev, nonché il Presidente della Fondazione “Operatori di Pace per la Pace”, Sig. Andrei Chizhik.

L'Amb. Habsburg (a destra) presenta al Papa il Sindaco di Csehimindszenty, la Sindaca di Esztergom
e lo scultore Surovtsev (foto: OR/Vatican Media)
Hanno potuto salutare il Santo Padre la Signora Etelka Romanek, Sindaca di Esztergom, sede primaziale d’Ungheria e il Sig. Imre Fukszberger, Sindaco di Csehimindszent, paese natale del Cardinale, nonché lui stesso parente del Venerabile Servo di Dio.

Il Sig. Gergely Kovács, segretario della Fondazione Mindszenty ha presentato al Santo Padre una reliquia del Cardinale Mindszenty, un piccolo frammento di vestito, incastonato in una tavoletta di marmo. Il Santo Padre l’ha voluto baciare esclamando che “Mindszenty era un martire!”
Reliquia "ex indumentis" del Card. Mindszenty consegnata al Santo Padre
(foto: Ambasciata d'Ungheria S. Sede)

mercoledì 8 maggio 2019

Una richiesta a Papa Francesco da parte dei bambini orfani


Papa Francesco con l'immagine di Gesù Bambino
dono di Fra' Csaba Böjte e i "suoi" bambini dalla Transilvania
Testo della supplica consegnata a Papa Francesco da Fra' Csaba Böjte e dai bambini orfani della Transilvania, durante l'udienza generale dell'8 maggio.

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È successo dopo l’inaugurazione della nostra casa di accoglienza per bambini abbandonati che una delle bambine mi ha posto la domanda come mai ci fossero così pochi bambini tra i santi nella Chiesa. Hanno continuato chiedendomi perché durante l’anno liturgico non ci fosse una festa dedicata specialmente ai bambini. Non sapevo bene come rispondergli, tuttavia mi era venuta l’idea di raccontargli che Gesù Cristo è stato un santo anche da bambino.


Fra' Csaba Böjte esce dall'udienza con i bambini
È proprio Gesù Bambino il nostro esempio, perché Lui a 12 anni, durante il pellegrinaggio a Gerusalemme, non si è mica allontanato dai propri genitori per andare in giro per la città, per i parchi gioco o il mercato. Al contrario, è andato nel Tempio a pregare, ha partecipato con devozione alle liturgie ed ha ascoltato con molta sapienza i sacerdoti, essendo in grado anche di formulare delle domande. Poi, ritrovato dai genitori, ha obbedito ed è ritornato a casa con loro, crescendo ogni giorno in sapienza e grazia.




Immagine della statua di Gesù Bambino, venerata nella chiesa di Déva
- dono dei bambini a Papa Francesco (foto: Brigitta Török)
I bambini hanno ascoltato incuriositi le meditazioni sulle belle virtù del piccolo Gesù che, di poco in poco, hanno preso la forma di una novena. Abbiamo quindi chiesto ad un artigiano di scolpire per noi una statua in legno di Gesù Bambino ed abbiamo iniziato a fare una grande novena, di nove settimane, in modo da finirla per il 1° giugno, celebrata in molti paesi del mondo come Giornata Internazionale dei Bambini. Avevo promesso ai bambini già all’inizio che se loro stessi si sarebbero rivestiti delle belle virtù di Gesù Bambino allora gli avrei permesso di rivestire la statua di Gesù ogni settimana di un vestito diverso da loro stessi ideato e realizzato. È stato bellissimo vedere come non solo Gesù Bambino si fosse rivestito di abiti bellissimi, cuciti dai nostri bambini, ma che i bambini stessi si siano rivestiti delle belle caratteristiche dello stesso Cristo Gesù. Le nove settimane scorrevano veloci e i bambini non vedevano l’ora della prossima tappa. Ogni settimana era una famiglia adottiva diversa a preparare il vestitino per la statua e anche gli altri aspetti affidati alle loro cure: letture, canti, servizio dell’altare. Arrivato finalmente il grande giorno, il 1° giugno, abbiamo organizzato con grande pompa la festa di Gesù Bambino nella nostra chiesa di Déva.
Anche negli anni successivi, sempre il 1° giugno, prima della fine dell’anno scolastico, ci siamo riuniti, per la gioia dei nostri bambini, a salutare in un modo speciale il nostro amato “eroe”, il Dio dal volto di bambino. La nostra Casa di Accoglienza di Székelyhíd l’abbiamo addirittura intitolata a Gesù Bambino. Abbiamo iniziato, in diverse località, a realizzare dei piccoli santuari di Gesù Bambino dove i giovani e le famiglie potessero recarsi a pregare per la grazia di avere un figlio, o per la salute dei loro figli e per il loro sviluppo fisico e spirituale.

Ho sperimentato poi che la persona di Gesù Bambino è divenuta un esempio attraente e rigenerante per i bambini. Ma anche gli adulti, spesso stanchi e invecchiati precocemente, che non sanno più giocare, hanno accolto con gioia queste feste allegre, proprio nello spirito dei fanciulli.

È bello vedere e sapere che il nostro Redentore, prima ancora di iniziare la sua missione pubblica della predicazione e dei prodigi abbia osato e saputo giocare per le strade di Nazareth, assieme ai bambini degli uomini. Come sarà stata bella la cena nel silenzio di quella piccola casa di Nazareth… Il mondo di oggi ha urgentemente bisogno proprio di questa vita umile e silenziosa, grata al Signore, sul modello della famiglia di Nazareth, costituita attorno a Gesù Bambino. E questo lo affermo decisamente anche se molti non riescono a formularlo a voce.

Nel Bacino dei Carpazi, in Europa, ma anche in tutto il mondo sviluppato le persone purtroppo hanno voltato le spalle alla vita, all’accoglienza della nuova vita. Le famiglie sono inaridite, intere regioni si trasformano in “case di cura per anziani”. Per curare queste ferite della nostra società oserei proporre che la Chiesa proclami il 1° giugno la Festa di Gesù Bambino. Come il primo maggio è divenuto festa di San Giuseppe Lavoratore o l’11 febbraio è stato proclamato da San Giovanni Paolo II Giornata Mondiale dei Malati, chiediamo, a nome dei bambini orfani, che il 1° giugno, quando in gran parte del mondo si celebra la Giornata Internazionale dei Bambini, sia dedicato alla devozione del suo Capo, il Bambino più meraviglioso del mondo. Possa diventare il 1° giugno la Festa di Gesù Bambino per la Chiesa universale.

 

In spirito di filiale obbedienza,

Fra’ Csaba Böjte OFM e oltre 2.000 bambini della Fondazione San Francesco di Déva

“Parvuli Dei. Una finestra sul mondo di Gesù Bambino” – Dono a Papa Francesco dai bambini transilvani


L’opera “Parvuli Dei – Una finestra sul mondo di Gesù Bambino” è stata ispirata dalla gratitudine per i 25 anni dell’impegno di Fra’ Csaba a favore dei bambini. Si tratta di un trittico di fotografie, nella forma di una finestra. La fotografia centrale ritrae la statua di Gesù Bambino, oggetto della devozione dei bambini orfani curati dalla Fondazione S. Francesco di Déva. L’immagine è composta dai ritratti di oltre duemila bambini, un regalo da parte loro per il Santo Padre.


"Parvuli Dei" - l'immagine di Gesù Bambino composta dalle foto dei bambini orfani
della Fondazione S. Francesco di Déva (foto: Brigitta Török)
Un gruppo di bambini della Fondazione, il “Piccolo Coro di San Francesco”, è venuto in pellegrinaggio a Roma, partecipando all’Udienza Generale dell’8 maggio, dove ha consegnato il regalo al Papa, spiegandogli che lo stanno aspettando con gioia per la sua visita a Csíksomlyó (Sumuleu Ciuc).

Si tratta di un finestra nello stile tradizionale della Transilvania per guardare al mondo con stupore e dire di sì alla vita, ai bambini figli di Dio, all’accoglienza della nuova vita e a tutti quei “fratelli più piccoli” che nessuno ha voluto.

La Fondazione San Francesco di Déva, sotto la guida di Fra’ Csaba Böjte OFM e dei suoi collaboratori, ha aperto una finestra sulla bontà del Signore e sulla vera vita per i bambini orfani ed emarginati. Fra’ Csaba si è chinato già oltre 6.000 volte ai più piccoli, alle vittime della sorte, per accoglierli a braccia aperte, per educarli, e mostrargli la giusta via. Grazie al suo carisma e alla sua testimonianza è divenuto un maestro credibile non solo per questi bambini ma per tutta la comunità dei cattolici nella Transilvania. La sua parola, umile ma decisa, è ascoltata da tutti gli ungheresi nel mondo, come la voce della coscienza di un’intera nazione. “È bello fare i bravi. È bello camminare sulla via della carità senza giudicare. È bello ascoltare la volontà di Dio!” – frasi semplici ma impegnative le sue in una società sconvolta da molti problemi.

La finestra “Parvuli Dei” (ossia: Bambini di Dio) è stata ideata dai volontari della Fondazione, Brigitta Török e László Török, realizzata dalla fotografa Brigitta Török, e dal falegname Zsolt Nagy (nella cui bottega lavorano anche diversi bambini di Fra’ Csaba), il fabbro István Gábor Nagy e l’intagliatore Zoltán Szabó, nello studio Printerieur di György Povázai, con il sostegno dei benefattori della Fondazione.

Il telaio della finestra è intagliata in legno di noce, con cerniere in ferro battuto (dimensioni: 100 x 160 x 12,3 cm; 31 kg) e sotto tavole di vetro racchiude tre fotografie. Quella centrale raffigura la statua di Gesù Bambino composta dalle fotografie dei 2.144 bambini orfani delle diverse case accoglienza della Fondazione. L’anta di sinistra ritrae i bambini e Fra’ Csaba nella chiesa di Déva, quella di destra, invece, l’esterno della chiesa medesima.