lunedì 11 dicembre 2017

Tolentino: il Ministro Zoltán Balog all’inaugurazione della Chiesa del S. Cuore


A Tolentino è stata riaperta al culto la Chiesa del Sacro Cuore e di San Benedetto, danneggiata dal sisma del 2016 e restaurata nel giro di un anno con il contributo del Governo ungherese. Alla cerimonia del 9 dicembre ha partecipato una significativa delegazione governativa ungherese, con il Ministro per le Risorse Umane On. Zoltán Balog e il Sottosegretario agli affari religiosi On. Miklós Soltész, accompagnati dagli Ambasciatori ungheresi Eduard Habsburg-Lothringen (presso la S. Sede) e Ádám Zoltán Kovács (presso il Quirinale), nonché Péter Heltai (inviato speciale per il programma Hungary Helps).

Il Ministro Balog nel suo discorso, ripercorrendo la storia dei legami tra Italia e Ungheria, ha rammentato diversi personaggi italiani che hanno dato un contributo importante in Ungheria: il vescovo martire San Gerardo, uno dei primi evangelizzatori dei magiari, o San Giovanni da Capestrano che ha promosso la difesa del paese contro l’invasione ottomana. Ha voluto ricordare pure che nel 1956, nell’ora suprema della lotta per la libertà del popolo ungherese, gli italiani hanno pregato e organizzato raccolte a favore degli ungheresi.

“Abbiamo voluto aiutare perché sentivamo che quella richiesta ci aveva toccati” – ha rievocato il ministro Zoltán Balog il momento quando il Governo ungherese ha ricevuto la lettera di Andrea Carradori, priore della Confraternita del Sacro Cuore cui è affidata la chiesa. “Quello che abbiamo fatto ha anche un messaggio simbolico. Se, infatti, il terremoto geologico scuote le fondamenta e i muri degli edifici e delle chiese, vi è in Europa oggi un sisma che rischia di sconvolgere l’edificio dell’identità europea, la sua cultura cristiana. Ma l’Ungheria non ci sta, vuole difendere le fondamenta cristiane dell’Europa. Mentre in diversi paesi occidentali si chiudono le chiese l’Ungheria ha voluto aiutare a riaprire una chiesa danneggiata.”

Sebbene non sia un paese facoltoso, l’Ungheria ha ora raggiunto un livello di sviluppo economico che gli rende possibile di aiutare altri. Così è nato il programma Hungary Helps, che coordina i diversi interventi internazionali di sviluppo e di assistenza. Il Ministro ha anche accennato all’aiuto dell’Ungheria ai cristiani in Siria e Iraq, ma anche in diversi paesi dell’Africa, con la ricostruzione di villaggi, di scuole e di ospedali, ma anche con delle borse di studio offerte a giovani di tanti paesi.

L’On. Miklós Soltész ha dato lettura del messaggio dell’On. Viktor Orbán, nel quale il Primo Ministro ungherese ha espresso le sue congratulazioni alla comunità tolentinate per il lavoro compiuto: “In seguito all’immane distruzione voi siete stati esempio di perseveranza per tutti noi, avendo restaurato in un anno i muri della chiesa, così da poter continuare nell’antico ma rinnovato edificio l’orazione iniziata dai vostri avi.”

giovedì 7 dicembre 2017

Riapre la chiesa di Tolentino restaurata con l'aiuto dell'Ungheria


A poco più di un anno dal sisma del 30 ottobre 2016 che l’ha resa inagibile, la Chiesa del Sacro Cuore di Tolentino verrà riaperta al culto il 9 dicembre 2017, alle ore 16, da Mons. Nazzareno Marconi, Vescovo di Macerata-Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia.

Il restauro è stato finanziato dal Governo ungherese che, su richiesta del Priore della Confraternita del Sacro Cuore di Tolentino, Sig. Andrea Carradori, aveva deciso, nel dicembre del 2016, di stanziare un finanziamento di circa 480 mila euro all’uopo.

La riapertura della chiesa verrà solennizzata dalla celebrazione dei vespri, presieduti da Mons. Giuseppe Sciacca, Segretario del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica.

Il Governo ungherese sarà rappresentato dall’On. Zoltán Balog, Ministro delle Risorse Umane, che porterà il messaggio del Primo Ministro ungherese Viktor Orbán. Faranno parte della delegazione ufficiale il Sig. Miklós Soltész, Sottosegretario agli affari religiosi, l’Ambasciatore Péter Heltai, inviato speciale del programma di aiuti governativi “Hungary Helps” e l’Ambasciatore d’Ungheria presso la S. Sede, Eduard Habsburg-Lothringen.

Un folto gruppo di pellegrini ungheresi residenti in Italia parteciperà alla cerimonia, guidato da Mons. Lajos Varga, Vescovo ausiliare della Diocesi ungherese di Vác e da Mons. László Németh, coordinatore pastorale degli ungheresi in Italia.

lunedì 4 dicembre 2017

Onorificenza a Mons. Bottari nunzio a Budapest


(foto: Magyar Kurír)
Sta per concludere la sua missione in Ungheria Mons. Alberto Bottari de Castello, nunzio apostolico a Budapest sin dall’estate del 2011. Per ringraziarlo il vice primo ministro, On. Zsolt Semjén lo ha ricevuto nel Palazzo del Parlamento, il 4 dicembre, e gli ha consegnato l’onorificenza della Croce di Grand’Ufficiale dell’Ordine al Merito Ungherese.

Durante la cerimonia, alla presenza del Card. Péter Erdő, Primate d’Ungheria, l’On. Semjén ha evidenziato i positivi sviluppi dei rapporti con la Santa Sede, dei quali il momento principale è stato la firma, proprio da parte di Mons. Bottari, della modifica dell’Accordo tra la Santa Sede e l’Ungheria, il 21 ottobre 2013.

venerdì 1 dicembre 2017

Un volume racconta il Pontificio Istituto Ecclesiastico Ungherese


È stato presentato dal Cardinale Péter Erdő lo scorso 15 novembre, il volume sul Pontificio Istituto Ecclesiastico Ungherese in Urbe, scritto dal suo attuale rettore, lo storico Mons. Tamás Tóth. In occasione dell’evento, l’Istituto che funge da collegio sacerdotale, facente capo alla Conferenza Episcopale Ungherese, ha aperto le sue porte al pubblico. Il volume edito in lingua italiana e ungherese presenta numerosi documenti e fotografie finora mai pubblicate nonché la lista degli ex-alunni dell’Istituto.
Presentazione del libro con il Card. Erdő e Mons. Tóth
La sede dell’Istituto, che ospita dei sacerdoti ungheresi durante i loro studi post-graduali a Roma, risale al 1927, quando lo Stato ungherese acquisì il Palazzo Falconieri a Via Giulia per stabilirvi l’Accademia d’Ungheria. Dell’istituto di cultura ungherese faceva parte una “sezione ecclesiastica”, la quale si rese poi autonoma nel 1940, per iniziativa del Cardinale Jusztinián Serédi Primate d’Ungheria, con decreto della Santa Sede.

I momenti storici più significativi dell’Istituto sono stati presentati dal Cardinale Péter Erdő, attuale Primate d’Ungheria e Arcivescovo di Esztergom-Budapest nonché ex-alunno dell’Istituto, sottolineando come la presenza della Chiesa ungherese a Roma fosse continua sin dalla fondazione dello stato ungherese. Una continuità interrotta persino durante il comunismo grazie proprio all’esistenza dell’Istituto, gestito da ecclesiastici ungheresi in esilio, che ha anche avuto un ruolo fondamentale nell’accoglienza dei profughi ungheresi dopo il 1956.

Il cambiamento arrivò nel 1964 con l’intesa semplice tra Ungheria e Santa Sede, quando la direzione dell’Istituto fu delegata alla Conferenza Episcopale Ungherese permettendo così l’arrivo dei sacerdoti borsisti direttamente dell’Ungheria. Ciò ha aiutato in modo notevole la Chiesa in Ungheria ad essere al passo con i tempi, di mantenere una certa apertura verso il resto del mondo da oltre cortina.
Lapide commemorativa a Palazzo Falconieri


Il Card. Péter Erdő ha ricordato i suoi anni trascorsi a Roma da studente negli anni ’70, sottolineando che per i sacerdoti ungheresi, ancora oggi, studiare a Roma significa un’apertura unica verso la cultura internazionale e un’opportunità singolare di costruire dei rapporti con i professori e studenti di tutto il mondo. Mons. Tamás Tóth, Rettore dell’Istituto e autore del volume ha presentato la vita attuale dell’Istituto fa parte anche della rete internazionale dei collegi ecclesiastici romani.

Dopo la presentazione, per la prima volta nella sua storia, l’Istituto Pontificio Ecclesiastico Ungherese ha aperto le sue porte al pubblico dando la possibilità di visitare anche la cappella, con gli affreschi di Péter Prokop e le vetrate di János Hajnal.
La Cappella dell'Istituto con gli affreschi di Prokop e le vetrate di Hajnal

domenica 19 novembre 2017

Chiesa siriana ristrutturata con aiuti dei greco-cattolici ungheresi


Continua a grandi passi la ristrutturazione della chiesa cattolica greco-melchita di Al-Dmeine al-Sarqije in Siria, finanziata interamente dalle offerte della Metropolia Greco Cattolica ungherese. La somma della colletta, iniziata a marzo di quest’anno, è stata portata personalmente in Medio Oriente lo scorso giugno da Mons. Fülöp Kocsis, Metropolita della Chiesa Greco Cattolica ungherese. I 30 mila dollari raccolti tra marzo e giugno sono stati consegnati al parroco don Najím Garbi il quale continua a mandare notizie sull’avanzamento dei lavori. In questi giorni sono arrivati i materiali per riparare tutto il tetto della chiesa che verrà fatto con la collaborazione dei cittadini del paese.

La chiesa di Al-Dmeine al-Sarqije ristrutturata con fondi ungheresi
(foto: Magyar Kurír)
Il Metropolita Fülöp Kocsis in un’intervista prima del suo viaggio, effettuato nel giugno scorso, ha spiegato i motivi per cui ha voluto portare personalmente la somma del denaro in Medio Oriente. Il primo, perché la sicurezza in Siria è meglio garantita in questo modo rispetto ad un bonifico bancario; l’altro, perché l’incontro personale significa molto per le persone del posto. “La gente che vive in Medio Oriente ha speranza ed è fiduciosa, da una testimonianza importantissima della fede e della forza dell’uomo. I fedeli raccontano che battezzano anche tante persone musulmane, e nonostante la persecuzione, confessano la loro fede come i primi cristiani della storia della Chiesa. La testimonianza dei cristiani del Medio Oriente rafforza tutta la Chiesa cattolica e il mondo cristiano, dobbiamo aiutarli in ogni modo possibile e loro ci daranno in cambio un aiuto spirituale unico” – ha detto il Metropolita prima di partire per il Medio Oriente.

venerdì 17 novembre 2017

San Ladislao: pubblicato il volume biografico


È stato pubblicato in italiano e in inglese la breve biografia illustrata di uno dei santi più popolari in Ungheria: San Ladislao.

Il volume, inserito nella collana sui santi e beati dell’Editrice Velar, è stato scritto da due storici ungheresi appositamente per questa pubblicazione.

Il 23 novembre 2017 Mons. András Veres vescovo di Győr e presidente della Conferenza Episcopale Ungherese presenterà il volume presso l’Accademia d’Ungheria, alle 18:30. È proprio la città di Mons. Veres uno dei principali centri del culto di S. Ladislao: custodisce il busto reliquiario che ne contiene il cranio, capolavoro dell’arte orafa medievale ungherese.

L’evento richiamerà l’attenzione anche sugli aspetti del culto di questo santo ungherese in Italia: da Bologna ad Altomonte, passando per Assisi, Roma e Napoli.

giovedì 16 novembre 2017

Musica Sacra di Kodály a Roma



La musica sacra di Zoltán Kodály, famoso compositore ungherese del novecento ha risuonato forte nella Chiesa di Santa Maria in Vallicella a Roma, dove l’11 novembre 2017 si è svolto il concerto di beneficenza, offerto dalla Città di Debrecen a favore delle opere del Circolo S. Pietro.



Il Maestro Dániel Somogyi-Tóth ha diretto il Coro e l’Orchestra Filarmonica “Kodály” di Debrecen.




Nel suo indirizzo di saluto l’Ambasciatore d’Ungheria Eduard Habsburg-Lothringen ha presentato la ragione dell’evento:
“Oggi è la festa di San Martino di Tours, originario della Pannonia, l’odierna Ungheria, conosciuto anche come il santo per eccellenza della carità, della condivisione. La sua festa, nonché la prima Giornata Mondiale dei Poveri, indetto da Papa Francesco, che celebreremo fra una settimana, presta una cornice di attualità all’iniziativa di questa sera. Un’iniziativa che intende essere un piccolo gesto di omaggio dell’Ungheria nei confronti di Roma, città del Papa e, allo stesso tempo, un gesto di condivisione: condivisione delle ricchezze artistiche e spirituali che abbiamo in Ungheria e che vorremmo offrire volentieri ai nostri amici di Roma, e, in primo luogo, al Circolo S. Pietro.”

A nome del Circolo S. Pietro ha salutato i presenti l’economo generale Riccardo Rosci.

Il Reverendo Károly Fekete, vescovo protestante della Circoscrizione Transtibiscana della Chiesa Riformata in Ungheria ha portato i saluti della sua città ed ha anche presentato brevemente alcuni aspetti dei brani musicali eseguiti durante il concerto: il “Psalmus Hungaricus”, il mottetto “Gesù e i mercanti del tempio”, nonché il possente “Te Deum di Buda”.






venerdì 10 novembre 2017

Concerto di Musica Sacra a favore del Circolo S. Pietro


In occasione di due ricorrenze significative, come la festa di San Martino di Tours (11 novembre), uno dei Patroni dell’Ungheria e universalmente riconosciuto come il santo della carità e della condivisione, nonché la prima Giornata Mondiale dei Poveri (19 novembre), istituita da Papa Francesco, l’Ambasciata d’Ungheria presso la Santa Sede, in collaborazione con la città ungherese di Debrecen e con il Circolo S. Pietro ha organizzato un concerto di beneficenza per il Circolo S. Pietro, a favore dei poveri di Roma.

Il concerto, che si terrà l’11 novembre alle ore 20 nella Chiesa di Santa Maria in Vallicella (Chiesa Nuova) di Roma, è offerto dal Comune di Debrecen e vedrà la partecipazione del Coro e dell’Orchestra Filarmonica “Kodály” della medesima città.


Sul programma tre brani di musica sacra del grande compositore ungherese Zoltán Kodály (1882-1967), del quale quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario della scomparsa.

  • Il “Psalmus Hungaricus” è una cantata, composta nel 1923, basata su una traduzione ungherese del XVI secolo del Salmo 55.
  • Il mottetto “Gesù e i mercanti del tempio” (del 1934) è ispirato dal noto brano del Vangelo di Giovanni (Gv, 2,13-16).
  • Il “Te Deum di Buda” è l’inno di lode composto per il 250mo anniversario della liberazione dell’Ungheria dal dominio ottomano (1936).



I Filarmonici Kodály di Debrecen uniscono il lavoro dei due maggiori gruppi musicali della città: l’Orchestra Filarmonica ed il Coro Kodály. L’Orchestra pluripremiata attualmente è diretta dal Maestro Dániel Somogyi-Tóth e vanta un repertorio di opere prevalentemente ungheresi, in particolare musiche di Z. Kodály, F. Liszt, F. Erkel. Il coro ha al suo attivo un repertorio vastissimo di opere che vanno dai canti a cappella, oratori più importanti della musica europea alle composizioni contemporanee per coro.

Zoltán Kodály – pedagogia della musica sacra


Sepolcro di Zoltán Kodály nel cimitero di Farkasrét (Budapest)
Ricorrono quest’anno il 50º anniversario della morte e il 135º anniversario della nascita del grande compositore ungherese, Zoltán Kodály. Oltre ad essere un compositore fu anche musicologo, professore di musica, etnomusicologo, nonché educatore, una carriera che lo ha fatto diventare uno dei personaggi più famosi e conosciuti di tutta la storia del paese. É stato, prima di tutto, una persona di fede, la cui opera rappresenta una risorsa per la Chiesa in Ungheria.

Nacque a Kecskemét il 16 dicembre nel 1882. Si laureò in letteratura ungherese e in lingua tedesca, e studiò all’Accademia di Musica di Budapest. Il suo campo principale fu lo studio e la raccolta delle melodie arcaiche di tradizione orale ungherese. In questo lavoro ha collaborato molto con un altrettanto importante e conosciuto compositore ungherese, Béla Bartók.

Kodály, in seguito, s’interessò anche al problema dell’educazione musicale ed elaborò molti brani a scopi educativi per le scuole e diversi libri didattici, avendo così un profondo effetto nell’educazione musicale, sia in Ungheria che all’estero. Il cosiddetto “Metodo Kodály” racchiude le idee didattiche musicali di Kodály, anche se il suo lavoro non formò un metodo completo, ma tracciò una serie di principi da seguire nell’insegnamento.

L’opera di Kodály nell’ambito della musica sacra è altrettanto importante. Anche se non ha mai propriamente insegnato musica sacra, lo si può definire come “pedagogo della musica sacra”. Il suo scopo primario fu quello di evidenziare i valori della vita e condurre i suoi ascoltatori agli stili principali della musica sacra europea. Il canto gregoriano, il linguaggio musicale della polifonia classica, le melodie del salterio ginevrino, la polifonia di Johann Sebastian Bach, i canti popolari religiosi ungheresi del secolo XVI-XVII, le melodie classiche di Haydn, il linguaggio trascendentale della musica di Liszt hanno formato e arricchito la fantasia delle composizioni di Kodály.

Il 19 novembre del 1923 debuttò una delle sue opere più famose, il “Psalmus Hungaricus” (Salmo Ungherese), scritta per il giubileo dell’unificazione delle città di Buda e di Pest. Kodály riuscì a cogliere lo spirito della musica popolare ungherese che risulta radicato nella tradizione musicale cristiana occidentale così come nell’altra famosa composizione religiosa, il “Te Deum del Castello di Buda”.

Negli anni ’30 Kodály fondò delle riviste specializzate e cercò di contribuire alla riforma della musica sacra della Chiesa cattolica e di migliorare l’educazione musicale in Ungheria.

Durante la seconda guerra mondiale Kodály visse l’assedio di Budapest (inverno 1944/1945) nascosto nelle cantine rifugio della capitale. Compose in quei giorni la “Missa Brevis”, una supplica per la pace. Dopo la guerra ebbe un ruolo importante nella rinascita culturale e spirituale del Paese. Tra il 1946 e il 1949 fu presidente dell’Accademia Ungherese delle Scienze e viaggiò sia in Europa che negli Stati Uniti, tenendo conferenze soprattutto sulla musica popolare e sulla pedagogia musicale.

È noto l’aneddoto come avrebbe “salvato” l’inno nazionale ungherese quando il regime comunista gli chiese di comporre uno nuovo (al posto di quello, tuttora in uso, che inizia con il nome di Dio…). Morì a Budapest il 6 marzo 1967 e riposa nel cimitero di Farkasrét.

Le parole di Kodály: “La musica è di tutti” rispecchiano bene tutta la sua opera di vita. Avvicinare le persone alla musica sin da piccoli, far conoscere la propria cultura attraverso la musica, far amare la musica a tutti perché la musica è di tutti. La diffusa cultura musicale in Ungheria deve molto al suo impegno.

giovedì 9 novembre 2017

Riconosciuto il martirio di János Brenner


Grande gioia in Ungheria per il decreto con cui Papa Francesco ha riconosciuto il martirio di János Brenner, giovane sacerdote ungherese vittima della repressione comunista. L’atteso riconoscimento è arrivato proprio durante l’anno memoriale indetto dalla Diocesi di Szombathely per il 60mo anniversario della morte di don János.

János Brenner nacque il 27 dicembre 1931 a Szombathely (Ungheria). Ebbe altri due fratelli sacerdoti e fu ordinato il 19 giugno 1955. Svolse il suo ministero come vicario parrocchiale, attivo soprattutto tra i giovani. A quei tempi ciò fu considerato un peccato grave dal regime comunista e così decisero di eliminarlo. Durante la notte del 15 dicembre 1957 János Brenner venne chiamato d’urgenza ad un malato, ma si trattò di una vera e propria imboscata.

Sul tragitto dalla parrocchia di Rábakethely al vicino paese di Zsida venne assalito e ucciso con trentadue coltellate. Morendo, continuava a proteggere il Viatico, l'Eucaristia che portava con sé per il malato.
Il luogo del martirio di János Brenner, con la cappella votiva
Quest’anno la sua diocesi di Szombathely lo commemora con diverse iniziative pastorali che culmineranno con la messa nel sessantesimo anniversario del martirio, il 15 dicembre 2017, vicino alla sua tomba nella chiesa di San Quirino a Szombathely. Da sempre la testimonianza pastorale e poi il martirio di János Brenner è stato una grande risorsa spirituale per i sacerdoti della sua diocesi come pure per i fedeli.
Il rocchetto che János Brenner indossava quando subì il martirio
(foto: Magyar Kurír)

Beatificato vent’anni fa: Vilmos Apor, il pastore che offrì la vita per il proprio gregge



Venti anni fa, il 9 novembre 1997, è stato elevato all’onore degli altari Vilmos Apor, vescovo di Győr (Ungheria). È stata la prima beatificazione ungherese dopo la caduta del comunismo. Simbolicamente, nella sua persona è stato onorato uno dei primi martiri dell’occupazione sovietica dell’Ungheria.

Vilmos Apor, infatti, è stato colpito a morte il giorno del Venerdì Santo del 1945 dai soldati sovietici che, dopo la presa della città di Győr, volevano portarsi via le donne rifugiatesi nel palazzo episcopale. Il vescovo si oppose fermamente e con il suo sacrificio riuscì a salvare le persone che si erano affidate a lui. Morì dopo tre giorni di agonia, il lunedì di Pasqua (2 aprile).
Statua di Vilmos Apor nell'omonima piazza di Budapest
Altri simili martiri attendono ancora la beatificazione, come la Serva di Dio, Mária Magdolna Bódi, giovane operaia morta per mano di soldati, il 23 marzo 1945, difendendo la propria castità. Oppure il Sacerdote Kornél Hummel il quale, dopo aver contribuito a salvare gli ebrei perseguitati ha difeso le ragazze dell’istituto per ciechi di Budapest e per questo è stato ucciso dai soldati sovietici il 17 gennaio 1945.


Dopo la beatificazione di Vilmos Apor, celebrata su piazza San Pietro, S. Giovanni Paolo II ha esortato i pellegrini ungheresi con le seguenti parole:

Beatificazione di Vilmos Apor,
9 novembre 1997
“La croce fortifica il debole e rende mite il forte – Il motto scelto dal Vescovo e martire ungherese Vilmos Apor costituisce una mirabile sintesi del suo itinerario spirituale e del suo ministero pastorale. Forte della verità del Vangelo e dell'amore a Cristo, egli alzò con coraggio la propria voce per difendere sempre i più deboli dalle violenze e dai soprusi. Durante gli anni difficili del secondo conflitto mondiale si prodigò instancabilmente ad alleviare la povertà e le sofferenze della sua gente. Il fattivo amore per il gregge a lui affidato lo condusse a mettere a disposizione degli sfollati a motivo della guerra anche il palazzo vescovile, difendendo i più esposti ai pericoli anche a rischio della propria vita. Il suo martirio, avvenuto il Venerdì Santo del 1945, fu degno coronamento di una esistenza tutta segnata dall'intima partecipazione alla Croce di Cristo. La sua testimonianza evangelica sia per voi, carissimi Fratelli e Sorelle d'Ungheria, uno stimolo costante a sempre maggiore dedizione nel servire Cristo e i fratelli.”

Nel Martirologio Romano il Beato Vilmos Apor è commemorato il 2 aprile, anniversario della sua morte, mentre in Ungheria lo si celebra il 23 maggio, giorno della traslazione del suo corpo. Infatti, durante l’occupazione sovietica non lo si poteva venerare, né tumularlo nella sua cattedrale e quindi è stato deposto nella cripta di un’altra chiesa della città. Solo verso la fine del comunismo, nel 1986 è stato possibile trasferire la sua tomba nella cappella laterale della Cattedrale di Győr, dove poi, in occasione della sua seconda visita in Ungheria, anche San Giovanni Paolo II ha voluto venerarlo nel 1996.

Il Beato Vilmos Apor fu fratello dell’ultimo ambasciatore d’Ungheria presso la Santa Sede, il barone Gábor Apor che dopo la seconda guerra mondiale non fece più ritorno in patria ma visse a Roma come dignitario dell’Ordine di Malta.
Il memoriale del martirio a Győr
Il culto del beato vescovo si è diffuso in tutta l’Ungheria. Il luogo del suo martirio, la cantina del palazzo episcopale di Győr, oggi è stato trasformato in un memoriale (si vedono tuttora i segni dei proiettili mortali) e fa parte del circuito del Museo Diocesano. Un bassorilievo, opera di Ferenc Lebó, lo raffigura nella Cappella Magna Domina Hungarorum delle Grotte Vaticane.
Il Beato Vilmos Apor
bassorilievo nelle Grotte Vaticane


martedì 7 novembre 2017

Caduti ungheresi della Grande Guerra ricordati a Roma


Nella cripta della Chiesa di Santa Maria dell’Anima a Roma sono sepolte le spoglie mortali di 456 militari dell’esercito austro-ungarico deceduti in Italia. Si tratta di prigionieri di guerra, di malati e feriti che non hanno più potuto far ritorno in patria. Nel 1937 i loro resi sono stati riesumati dai vari cimiteri della regione e traslati nella Chiesa dell’Anima, considerata chiesa nazionale degli austriaci e già sotto la protezione della Casa d’Asburgo. Nel 1953 una cappella della chiesa medesima è stata trasformata in un memoriale dei caduti.
Sepolcro dei soldati austro-ungarici nella cripta
della Chiesa di S. Maria dell'Anima
Quest’anno, a 80 anni esatti dalla traslazione delle spoglie, la comunità ungherese di Roma ha voluto ravvivare la pia tradizione, caduta in disuso dopo la seconda guerra mondiale, di rendere omaggio a questi soldati, tra i quali vi erano molti ungheresi.
S. Messa di suffragio nella Chiesa di S. Maria dell'Anima, 2 novembre 2017
Il 2 novembre, al termine della S. Messa in suffragio dei defunti, la commemorazione ha proseguito nella cripta, illuminata da candele. Il rito è stato celebrato dal rettore Mons. Franz Xaver Brandmayr, assieme ai sacerdoti di lingua tedesca, nonché a quelli ungheresi residenti in Urbe che hanno pregato anche nella loro lingua. Presente pure la delegazione dell’Ambasciata d’Ungheria presso la S. Sede.
L’iscrizione latina della lapide posta sopra la tomba dei caduti ne tramanda la storia:

456 MILITES EXERCITUS AUSTRO – HUNGARICI
QUI IN BELLO IMMANI 1914 – 1918 IN DIVERSIS NOSOCOMIIS
URBIS EIUSQUE SUBURBII DIEM OBIERANT SUPREMUM
DIE 26 OCTOBRIS 1937 E VARIIS COEMETERIIS IN ECCLESIAM
S. MARIAE DE ANIMA IN URBE HONORIFICE TRANSLATI SUNT
ET IN CRYPTA SUB SACELLO EORUM PIAE MEMORIAE
DEDICATO HIC SEPULTI
UT APTIUS EORUM EXUVIAE RECONDI POSSENT
SEPULTURAE LOCUS ANNO DEMUM 1953
IN NOVAM REDACTUS EST FORMAM

TUIS DA SERVIS MITISSIME PATER VITAE AETERNAE
CORONAM

Nella cappella sovrastante un’iscrizione latina ricorda in particolare i caduti ungheresi:

HUNGARICORUM
PIAM IN MEMORIAM
HEROUM
MORTIFERA
OB VULNERA
EX IMMANE BELLO
UNIVERSALI
1915 – 1918
GESTA DECESSORUM
IN URBE

(ÉMA)

Tombe ungheresi al Verano


Ogni anno la comunità ungherese di Roma rende omaggio ai propri defunti del Cimitero monumentale del Verano. Anche quest’anno il 1 novembre si è tenuto il consueto momento di preghiera, guidato da Mons. László Németh, coordinatore pastorale degli ungheresi in Italia.
La comunità ungherese ha reso omaggio ai propri defunti al Verano
Al Verano vi sono, oltre a diverse sepolture di sacerdoti e religiosi ungheresi, tre tombe che appartengono alla comunità ungherese.

Una di esse appartiene ai cavalieri ungheresi dell’Ordine di Malta che vissero in esilio durante il comunismo. Tra loro riposa anche il barone Gábor Apor (+1969), ultimo ambasciatore d’Ungheria presso la Santa Sede ai temi della seconda guerra mondiale.

Una seconda tomba fu acquistata dall’Accademia d’Ungheria e contiene le spoglie di due ungheresi deceduti improvvisamente durante i loro studi a Roma: il sacerdote Lajos Kovács (+1929) e il pittore János Árpád Göbel (+1931).

La terza tomba invece raccoglie le spoglie mortali della comunità cattolica ungherese di Roma sin dagli anni 1960.

giovedì 19 ottobre 2017

It’s possible for European politics to help Christians – Prime Minister Viktor Orbán’s speech at the International Consultation on Christian Persecution (12 October 2017, Budapest)


Your Holiness, Your Excellencies and Eminences, Esteemed Church and Secular Leaders,


Welcome to Budapest. Today I do not wish to talk about the persecution of Christians in Europe. The persecution of Christians in Europe operates with sophisticated and refined methods of an intellectual nature. It is undoubtedly unfair, it is discriminatory, sometimes it is even painful; but although it has negative impacts, it is tolerable. It cannot be compared to the brutal physical persecution which our Christian brothers and sisters have to endure in Africa and the Middle East. Today I’d like to say a few words about this form of persecution of Christians. We have gathered here from all over the world in order to find responses to a crisis that for too long has been concealed. We have come from different countries, yet there’s something that links us – the leaders of Christian communities and Christian politicians. We call this the responsibility of the watchman. In the Book of Ezekiel we read that if a watchman sees the enemy approaching and does not sound the alarm, the Lord will hold that watchman accountable for the deaths of those killed as a result of his inaction.

PM Viktor Orbán addressing the conference on persecuted Christians (foto: MTI)


A great many times over the course of our history we Hungarians have had to fight to remain Christian and Hungarian. For centuries we fought on our homeland’s southern borders, defending the whole of Christian Europe, while in the twentieth century we were the victims of the communist dictatorship’s persecution of Christians. Here, in this room, there are some people older than me who have experienced first-hand what it means to live as a devout Christian under a despotic regime. For us, therefore, it is today a cruel, absurd joke of fate for us to be once again living our lives as members of a community under siege. For wherever we may live around the world – whether we’re Roman Catholics, Protestants, Orthodox Christians or Copts – we are members of a common body, and of a single, diverse and large community. Our mission is to preserve and protect this community. This responsibility requires us, first of all, to liberate public discourse about the current state of affairs from the shackles of political correctness and human rights incantations which conflate everything with everything else. We are duty-bound to use straightforward language in describing the events that are taking place around us, and to identify the dangers that threaten us. The truth always begins with the statement of facts. Today it is a fact that Christianity is the world’s most persecuted religion. It is a fact that 215 million Christians in 108 countries around the world are suffering some form of persecution. It is a fact that four out of every five people oppressed due to their religion are Christians. It is a fact that in Iraq in 2015 a Christian was killed every five minutes because of their religious belief. It is a fact that we see little coverage of these events in the international press, and it is also a fact that one needs a magnifying glass to find political statements condemning the persecution of Christians. But the world’s attention needs to be drawn to the crimes that have been committed against Christians in recent years. The world should understand that in fact today’s persecutions of Christians foreshadow global processes. The world should understand that the forced expulsion of Christian communities and the tragedies of families and children living in some parts of the Middle East and Africa have a wider significance: in fact they threaten our European values. The world should understand that what is at stake today is nothing less than the future of the European way of life, and of our identity.


We must call the threats we’re facing by their proper names. The greatest danger we face today is the indifferent, apathetic silence of a Europe, which denies its Christian roots. However unbelievable it may seem today, the fate of Christians in the Middle East should bring home to Europe that what is happening over there may also happen to us. Europe, however, is forcefully pursuing an immigration policy, which results in letting extremists, dangerous extremists, into the territory of the European Union. A group of Europe’s intellectual and political leaders wishes to create a mixed society in Europe, which, within just a few generations, will utterly transform the cultural and ethnic composition of our continent – and consequently its Christian identity.

mercoledì 18 ottobre 2017

A Budapest una consultazione internazionale sui cristiani perseguitati



Oltre trecento persone provenienti da 32 paesi hanno partecipato a Budapest ad un convegno di due giorni sul tema dell’aiuto ai cristiani perseguitati. I capi religiosi di una decina di chiese cristiane hanno portato la propria testimonianza, tra altri il Patriarca siro-ortodosso di Antiochia, Ignazio Efrem II, il Patriarca siro-cattolico di Antiochia, Ignazio Youssef III Younan, Mons. Basan Matti Warda arcivescovo della Chiesa Caldea, nonché Hilarion Alfeev, metropolita di Volokolamsk e presidente del Dipartimento delle relazioni esterne del Patriarcato di Mosca.

Consultazione internazionale sui cristiani perseguitati - Budapest
La “Consultazione internazionale sulla persecuzione deicristiani – Soluzioni adeguate per una crisi a lungo dimenticata” è stata organizzata dal Ministero delle Risorse Umane ungherese il 12-13 ottobre, primo evento di questo genere realizzata su iniziativa governativa. Ad inaugurare il convegno è stato, da parte ecclesiale, Mons. András Veres, presidente della Conferenza Episcopale Ungherese e da parte statale il Primo Ministro Viktor Orbán. Tra i relatori, oltre ai capi religiosi, figuravano Jan Figel, inviato speciale della Commissione Europea per la promozione della libertà di religione e l’eurodeputato György Hölvényi, co-presidente del Servizio per il dialogo interreligioso e le attività interculturali del Partito Popolare Europeo, il Vice-Primo Ministro ungherese Zsolt Semjén e il Ministro degli esteri Péter Szijjártó. Hanno arricchito la conferenza internazionale con la loro testimonianza alcuni studenti dall’Iraq, dalla Nigeria e dall’Egitto che studiano in Ungheria con la borsa di studio governativa.
Mons. András Veres, presidente della Conferenza Episcopale Ungherese
(Foto: Magyar Kurír)
Mons. Veres ha richiamato l’attenzione sulle parole di Gesù: “Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (Gv 15,20) – per un cristiano non sono sconosciute queste parole, infatti i cristiani perseguitati nel mondo vengono offesi ripetutamente nella loro dignità, nella loro identità, nella loro esistenza cristiana. L’incoraggiamento di Gesù, cioè “Beati i perseguitati per motivi di giustizia, perché loro è il regno dei cieli. Beati voi, quando vi insulteranno e vi perseguiteranno e, mentendo, diranno contro di voi ogni sorta di male per causa mia” ha dato e tuttora dà la forza ai cristiani di resistere alle persecuzioni. Negli ultimi duemila anni i potenti non sono riusciti a capire che le persecuzioni non indeboliscono ma rafforzano la Chiesa di Cristo, e noi abbiamo la speranza che le persecuzioni di oggi in Africa, in Europa o in Medio Oriente, serviranno ancora una volta a rafforzare la Chiesa. Gli ungheresi possono immedesimarsi con i fratelli cristiani perseguitati, infatti, l’invasione dei tartari, l’occupazione turca e l’oppressione sovietica, hanno duramente provato il cristianesimo in Ungheria. Attraverso l’esperienza dei secoli possiamo non solo capire ma soffrire insieme, cioè provare la “compassione” nel nostro cuore con i fratelli cristiani perseguitati – ha spiegato Mons. Veres.
Nel suo discorso il presidente della Conferenza Episcopale Ungherese ha richiamato l’attenzione su fenomeni preoccupanti nei confronti dei cristiani in Europa. Si tratta non solo dei casi eclatanti di violenza come l1uccisione del sacerdote in Francia, ma anche di fenomeni di insulto alla fede cristiana giorno dopo giorno: togliere i simboli cristiani, schernire i sentimenti religiosi o gli oggetti sacri, oppure attaccare, nel nome dei “media indipendenti”, le persone che hanno un’opinione diversa. Quest’atteggiamento può portare a un odio forte, persino sanguinoso. Le manifestazioni contro i cristiani non mancano neanche in Ungheria – ha detto Mons. Veres. Il coraggio dei cristiani in Medio Oriente ci stupisce e ci porta di fare un esame di coscienza. Ci chiede di domandare: noi quanto siamo pronti a soffrire o perfino a morire per la nostra fede? Le iniziative, come questa conferenza, aiutano a sensibilizzare la società su questo problema grave della nostra epoca, cioè prestare attenzione alla persecuzione dei cristiani nel mondo e all’odio sempre più forte verso i cristiani.

Alcuni protagonisti della conferenza
(foto: Magyar Kurír)
Il primo ministro ungherese, Viktor Orbán nel suo discorso ha affermato che, dopo aver ascoltato i diversi capi delle Chiese dell’Africa e del Medio Oriente, il governo ungherese intende e intenderà aiutare i cristiani iracheni, siriani e nigeriani per poter tornare nella loro patria. Dobbiamo riconoscere che oggi la religione più perseguitata nel mondo è quella cristiana. L’Ungheria è un paese stabile e vuole prendere la difesa dei perseguitati, destinando gli aiuti dove ce n’è bisogno.
Il Ministro delle Risorse Umane Zoltán Balog, ricordando il quinto centenario della Riforma Protestante, ha ripetuto l’importanza della collaborazione di tutti i cristiani: dobbiamo lavorare insieme per il bene dell’umanità.
Secondo l’On. György Hölvényi, co-presidente del Servizio per il dialogo interreligioso e le attività interculturali del Partito Popolare Europeo, i politici europei non hanno ancora capito bene: i capi delle chiese perseguitate ci dicono che i cristiani vogliono vivere nella loro terra, dove sono stati battezzati. L’indifferenza ci impedisce di vedere che la catastrofe in Medio Oriente riguarda le radici del cristianesimo.
Il metropolita Hilarion, in rappresentanza del Patriarcato di Mosca, ripercorrendo la situazione dei cristiani in Siria e Iraq, nonché le iniziative già in atto a loro favore ha indicato come segnale positivo la crescente collaborazione tra le comunità cristiane a favore dei fratelli perseguitati. Elogiando anche le iniziative ungheresi ha ribadito che la ulteriore diminuzione della presenza cristiana nel medio Oriente sarebbe una catastrofe per la civiltà.




sabato 14 ottobre 2017

Prime Minister Viktor Orbán: we must protect the foundations for life that have their origins in Christianity


Prime Minister Viktor Orbán has addressed, on September 16 the Congress of the Federation of Christian Intellectuals held in the palace of the Hungarian Parliament in Budapest on the topic Hungarians in the Christian Europe. Here are some excerpts from his speech (translation by Prime Minister’s Cabinet Office).

 
PM Viktor Orbán addresses Congress of Hungarian Christian Intellectuals
(Foto: www.esztergomi-ersekseg.hu)

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I’d like to make it clear, Ladies and Gentlemen, that the Government greatly appreciates the work of Christian churches and the civic communities organised around them. We greatly appreciate it, and I also greatly appreciate it. The first sentence of my political credo is that in politics and the country’s leadership one can never be smart enough on one’s own: one always needs a place where one can discuss and consider with others the things one sees fit to think and act upon. This is another reason why the Government welcomes the work of the Christian churches and the civil organisations organised around them. And I am also convinced, Ladies and Gentlemen – and the Government shares this conviction – that what is good for Hungarian Christians is also good for Hungary.

(…) If there’s something we can cite as an argument in favour of the current Government, it is that whenever possible it has stated its case in an open, straightforward and sincere manner. With regard to its intentions it has never beaten about the bush, and I don’t want to do that today. We should openly express and profess our goals: we want a Hungarian Hungary and a European Europe. This is only possible if we likewise openly profess that we want a Christian Hungary in a Christian Europe. We are convinced that this is not just an acceptance of the past. We believe in the concept which József Antall left us: that this alone has a future.

I shall make a brief digression on a single point involved in the relationship between Christianity and politics. Political parties inspired by Christian thinking are often criticised on the grounds that they have no right to claim for themselves the duty and mission of defending Christianity. I have thought a great deal about this criticism, which is sometimes levelled at us – even from within the churches. And at the bottom of it I’ve found something which we would do well to consider, because if we think about it carefully, defending Christianity is indeed not the duty of politics. Defending Christianity is the duty of others playing their roles in modern society. But then how should we define the duty of Christian politics? I’m convinced that it is the duty, the mission of political parties, Christian-inspired political parties, to defend the human foundations for life which have their origins in Christianity. We do not need to engage in theological and dogmatic struggles, but we must defend the foundations for life, which have their origins in Christianity. One such foundation for life, for instance, is the individual and their dignity: the human being, as we envisage him or her. Another foundation for life that we must defend is the family. The nation is likewise a foundation for life that we must defend, and we must also defend our faith communities, our Churches. We are not trying to defend Christianity in a theological and dogmatic sense, but in Hungary – as well as in Europe – we are seeking to protect the foundations for life that have their origins in Christianity. This therefore enables Christian-inspired political parties to win more votes and support than the number of practising Christians in a given society, as the person and personal dignity are not only important for believers. The family is important not only for those who have strong links with God. The nation is promoted and cherished not only by those who find a link between its existence and the will of the Creator, but also by those who are unable or unwilling to make this intellectual or spiritual link. This clearly indicates that Christian-inspired politics – if it defines its role well and sets out to defend the social foundations for life originating in Christianity – can rightly lay claim to the support of a community which is wider than that of practising Christians. (…)