lunedì 20 agosto 2018

Festa di Santo Stefano d’Ungheria – 20 agosto


Opera di Mária Törley
È il 20 agosto che in Ungheria si celebra la festa di Santo Stefano primo re, anche se la Chiesa universale lo commemora il 16 agosto. Le ragioni di tale differenza hanno più di nove secoli di storia.

 

980 anni fa moriva Santo Stefano, primo re d’Ungheria. La sua terza leggenda, compilata a cavallo dell’XI-XII secolo (cd. Leggenda Hartvik) riferisce che il pio transito di Stefano avvenne nella festa dell’Assunta, che egli tanto venerava. Secondo una tradizione egli morì in una località chiamata Bodajk, che divenne uno dei primi santuari mariani dell’Ungheria (vicino a Székesfehérvár). Altri però ritengono che ciò sia avvenuto nei pressi di Esztergom.

Prima della sua morte Stefano volle offrire il Paese alla Vergine Maria con la seguente preghiera: “O Regina del cielo e gloriosa rinnovatrice del mondo, al tuo patrocinio e alle tue preghiere io affido la santa Chiesa con i suoi vescovi e il suo clero, e il Regno con i suoi magnati e il suo popolo: dicendo così il mio ultimo addio, nelle tue mani consegno la mia anima.” È per questo che l’Ungheria portava orgogliosa anche il titolo di “Regnum Marianum” e Santo Stefano è molto spesso raffigurato nell’atto di offrire la corona, cioè il Paese, alla Vergine.

Cappella ungherese nelle Grotte Vaticane
sullo sfondo la raffigurazione dell'offerta della corona da parte di S. Stefano
alla Madonna Magna Domina Hungarorum
La festa dell’Assunta già ai tempi di Re Stefano era considerata in Ungheria la festa principale. Sappiamo dalla leggenda di San Gerardo (benedettino veneziano divenuto vescovo e poi martire in Ungheria) che il re era solito festeggiare tale solennità, assieme ai vescovi del paese, a Fehérvár (Alba Reale, Székesfehérvár), dove ha costruito una magnifica basilica in onore della Madonna. Sempre il re soleva riferirsi al Paese come “famiglia della Beatissima Vergine”. Sia la leggenda di Stefano che quella di Gerardo raccontano, a proposito della devozione degli ungheresi, che essi il nome di Maria non lo pronunciavano ma semplicemente la chiamavano Regina (il termine tradizionale ungherese per indicare la Madonna – “Boldogasszony” – ha un tale significato), e la festa dell’Assunta era chiamata il “giorno della regina” (cfr. Legenda Maior: “aetiam festivitas assumptionis eiusdem Virginis sine additamento proprii nominis ipsorum lingua regine dies vocitetur”).

Questa sua devozione per la Madonna, nonché la data della sua morte spiegano perché la canonizzazione di Stefano sarebbe dovuta iniziare proprio il giorno dell’Assunta. Il 15 agosto del 1083 il re di allora, San Ladislao, e i magnati del Regno, assieme ai vescovi, si radunarono nella basilica di Fehérvár, presso la tomba di Stefano, iniziando un digiuno di tre giorni. Al termine del quale, provarono ad aprire la tomba, ma invano. Ascoltando il monito di una pia suora il re mandò a liberare dalla prigionia il suo avversario principale (il pretendente al trono Salomone), e poi ripeterono il digiuno di tre giorni. Giunti così alla sera del 20 agosto il sarcofago di Stefano finalmente si aprì e poterono procedere all’elevazione delle sue reliquie, ossia alla canonizzazione.

Sarcofago di S. Stefano, conservato a Székesfehérvár
(foto: turizmus.szekesfehervar.hu)
Da allora gli ungheresi celebrarono la festa di Santo Stefano il 20 agosto. La basilica di Fehérvár divenne il luogo dove i re d’Ungheria venivano incoronati e una buona parte di loro lì trovò pure sepoltura.

La basilica di Székesfehérvár
nel medioevo
ricostruzione ipotetica
Della rilevanza “pubblica”, o “civile” di tale festa è testimonianza eloquente la Bolla d’Oro, emanata da re Andrea II nel 1222. In essa il re dichiara “che ogni anno siamo tenuti a celebrare la festa del Santo Re ad Alba, eccetto se fossimo impediti da affari urgenti o da malattia”. Si impegnava, quindi, a recarsi a Fehérvár per la festa di S. Stefano. Lì doveva rendersi disponibile per amministrare la giustizia ai richiedenti, che era una questione rilevante poiché per buona parte del medioevo i re ungheresi non avevano una „sede” fissa, ma si spostavano nel Pese tra i loro diversi palazzi e fortezze.

Nel 1686 il Beato Innocenzo XI estese il culto di S. Stefano alla Chiesa universale, fissandone la festa per il giorno 2 settembre. Avvenne, infatti, proprio quel giorno la liberazione di Buda, capitale dell’Ungheria, dal dominio ottomano e il Papa, che tanti meriti ebbe in tale successo, lo volle commemorare così. Questo non cambiò però, le tradizioni ungheresi.

La Sacra Destra, venerata nella Basilica di S. Stefano a Budapest
(foto: bazilika.biz)
Nel 1771 fu la regina Maria Teresa d’Asburgo, ad ufficializzare il 20 agosto come festa “nazionale” degli ungheresi, disponendo il trasferimento a Buda della principale reliquia di Stefano, la Sacra Destra. Questa insigne reliquia fu inizialmente conservata in un monastero, chiamato, appunto della S. Destra (Szentjobb, oggi Sâniob in Romania), poi a Fehérvár. Da lì, durante l’occupazione ottomana, venne prima trafugata in Bosnia e poi custodita dai domenicani di Ragusa/Dubrovnik. A partire dal ritorno in Ungheria della reliquia, divenne tradizione la processione della Sacra Destra il 20 agosto.

Nella Chiesa universale, a partire dal 1970, Santo Stefano re d’Ungheria si commemora il 16 agosto (ossia il giorno seguente l’anniversario della sua morte), ma ciò non ha alcuna tradizione in Ungheria dove si continua a celebrarlo, sia civilmente che liturgicamente, il 20 agosto.

Si tratta di una festa che persino i comunisti non riuscirono a cancellare. Ne hanno piuttosto voluto cambiare il contenuto: la dichiararono “festa del nuovo pane” e, dopo l’approvazione della costituzione del 1949, “festa della Costituzione” (relegando la processione della S. Destra tra le mura della Basilica di S. Stefano a Budapest). Con il cambio di regime il 20 agosto riacquistò il suo significato originale e la nuova Legge fondamentale del 2011 ne stabilisce la preminenza sulle altre due feste nazionali ungheresi.

Nell’anno 2000 anche il Patriarcato di Costantinopoli riconobbe il culto di Santo Stefano d’Ungheria che così divenne il primo santo latino riconosciuto dalla Chiesa ortodossa.
Icona di S. Stefano d'Ungheria,
dono del Patriarca Ecumenico Bartolomeo I
alla basilica di Esztergom
(A cura di Márk A. Érszegi)



sabato 11 agosto 2018

Intervista dell'Ambasciatore d'Ungheria al quotidiano "La Verità"


La Verità, Francesco Agnoli, 4 agosto 2018

“Soros ha i soldi e un programma: gli manca legittimità democratica”

Eduard Habsburg-Lothringen, ambasciatore ungherese presso la Santa Sede: “È una forza antagonista che vuole influenzare le politiche nazionali. Siamo europeisti per vocazione, ma crediamo in una Ue rispettosa dell’autonomia dei singoli Stati”.

Sino a pochi anno orsono l’Ungheria era un paese per noi troppo lontano. La catastrofe comunista era riuscita quasi a cancellarlo dalla memoria di buona parte dell’Europa, nonostante tutti avessero conoscenza di un’epoca in cui era esistito un glorioso „Impero austroungarico”. Chi è nato all’epoca della Guerra Fredda forse ricorda almeno l’eroica resistenza del cardinale magiaro József Mindszenty, vittima dei comunisti, ma anche di altri uomini di Chiesa incapaci di comprendere appieno la profonda nequizia del comunismo.

Da ormai diversi anni, però, l’Ungheria è un paese di cui si parla sempre più spesso, per il suo ruolo all’interno dell’Unione Europea e per la leadership forte e discussa del suo primo ministro, Viktor Orban: un uomo che, al pari di altri politici dell’est Europa, come il polacco Andrzej Duda, da una parte auspica un’Unione europea meno tecnocratica e sovietica, dall’altra concepisce la rinascita del proprio paese anche come riaffermazione della sua identità cristiana.

Per questo ascoltare l’ambasciatore d’Ungheria presso la Santa Sede, Eduard Habsburg-Lothringen, con un cognome così suggestivo e gravido di risonanze storiche, è quasi un dovere: aiuta a comprendere una visione del mondo che non solo non è più possibile marginalizzare e demonizzare, ma che forse è anche il segreto per ricucire il nostro passato europeo con il nostro futuro.

In Italia si parla molto di Orbán, ma l'informazione è piuttosto manichea. Perché gli ungheresi lo hanno votato e rivotato?

La terza ampia vittoria consecutiva dell’alleanza dei partiti Fidesz e Kdnp (democristiani) è dovuto a diversi fattori. Prima di tutto perché il Fidesz-Kdnp ha saputo proporre una visione positiva per il presente ed il futuro del Paese. Una visione di matrice democristiana e moderata nella quale la maggioranza degli ungheresi si riconosce. Le forze della sinistra liberale, prima del 2010 hanno portato il Paese in una situazione drammatica, poi, dal 2010 sono stati incapaci di esprimere un’alternativa credibile. Così pure l’estrema destra che negli anni passati è divenuta la principale forza di opposizione.

Si dice che Orban sia un politico autoritario e populista

Viktor Orbán è un leader eletto democraticamente e a stragrande maggioranza, con una carriera politica eccezionale. È da decenni, infatti, che si impegna per la sua patria, con otto elezioni democratiche alle spalle, delle quali quattro perse e quattro vinte. Non so di altri politici europei che abbiano un simile risultato.

I paesi dell'Est hanno un rapporto forte con la loro storia recente: qual è il rapporto dell'Ungheria con il suo passato novecentesco?

Mi permetta di osservare che quello di “Paesi dell’Est” è un termine dell’epoca della guerra fredda. Il suo riaffiorare negli ultimi anni può essere segno che la “cortina di ferro” forse non è del tutto sparita nella mentalità di molti. I Paesi della nostra regione si riconoscono come parte orientale dell’Europa centrale, non solo geograficamente ma anche per cultura e tradizioni. Il XX secolo ha provato duramente gli ungheresi: basti pensare alla Grande Guerra e al successivo smembramento del Paese e della nazione con il trattato del Trianon, e poi alle dittature nazista e comunista. Si tratta di eventi storici i cui effetti si sentono tuttora nella vita quotidiana. Il preambolo della legge fondamentale ungherese riassume il nostro recente passato rilevando che l’autodeterminazione statale fu persa il 19 marzo 1944 e riacquistata solo il 2 maggio 1990, mentre in quei decenni di occupazione straniera la costituzione storica dell’Ungheria fu sospesa. Essa proclama, infine, che dopo i decenni di “decadenza morale” il Paese ha “inevitabilmente bisogno di un rinnovamento spirituale e morale”. La Legge sulla Coesione Nazionale del 2010 dichiara che, nonostante tutto, la nazione ungherese si sente unita al di sopra dei confini e che la soluzione ai problemi della regione può essere trovata solo nella collaborazione tra Paesi sovrani, rispettosi gli uni degli altri nonché della libertà delle persone e delle loro varie comunità.

Come viene percepita dai cittadini ungheresi l'Unione europea?

Oggi oltre il 60% dei cittadini ungheresi ritiene positiva l’essere membri dell’Ue. In generale l’Europa è stata da sempre vista come quella comunità alla quale apparteniamo per natura e per vocazione. Il Governo ungherese è molto favorevole all’integrazione europea. Gli eventuali disaccordi riguardano il modo di fare l’Europa: noi crediamo in un’Unione rispettosa dell’identità e dell’autonomia delle singole nazioni. Concordando con quanto detto recentemente da Papa Francesco ai vescovi ungheresi: l’UE deve essere non una sfera ma un poliedro.

Perché George Soros è per alcuni un ‘filantropo” e per voi ungheresi un nemico del paese?

Nel caso di Soros si tratta di un attore non statale in grado di influenzare le politiche nazionali poiché possiede tre cose. Prima di tutto consistenti risorse finanziarie, poi un’agenda che intende realizzare e, infine, una concezione del mondo che, nel nostro caso, non coincide con quella del governo eletto dal popolo ungherese. Non ha, per contro, una cosa essenziale: legittimità democratica. Penso che siano questi fattori a indurre il governo ungherese a trattarlo essenzialmente come una forza politica antagonista.

Che ruolo ha la fede religiosa oggi in Ungheria?

L’Ungheria deve affrontare gli stessi problemi delle società secolarizzate del resto dell’Europa. Abbiamo però un’esperienza storica per cui il mantenimento della nostra identità nazionale è in gran parte dovuta al cristianesimo. Non si tratta di imporre un credo religioso a nessuno ma di essere coscienti che – secondo le parole del Primo Ministro Orbán – “noi europei viviamo in una civiltà ordinata secondo gli insegnamenti di Cristo”. Questo significa che “è la cultura cristiana a guidarci tra le contraddizioni della vita, a determinare il nostro modo di pensare sulla giustizia e sull’ingiustizia, sul rapporto tra uomo e donna, sulla famiglia, sul successo, sul lavoro e sull’onore”. Vuol anche dire che “la nostra cultura è la cultura della vita. Il nostro punto di partenza, l’alfa e l’omega della nostra filosofia di vita è il valore della vita, la dignità di ogni persona ricevuta da Dio”. Non a caso la nostra legge fondamentale prescrive allo Stato l’obbligo di collaborare con le chiese “per fini di utilità collettiva” e di difendere l’identità cristiana del paese.

martedì 7 agosto 2018

Congresso Eucaristico Internazionale 2020 - Concorso disegno per bambini


 

L’Associazione ungherese per l’Arte Infantile “TILMA”,

con il patrocinio di S. Em. il Card. Péter Erdő, Arcivescovo di Esztergom-Budapest,

annuncia il concorso internazionale di disegno per bambini intitolato

“L’AMORE PIÙ GRANDE”.

 

Le opere esaminate saranno esposte durante il 52˚ Congresso Eucaristico Internazionale in diverse città ungheresi e le migliori 50 opere saranno premiate.

Saranno accettati i disegni dei bambini e ragazzi dall’età prescolare fino all’età di scuola superiore.

Temi consigliati:

“Gesù, per amore, vive in mezzo a noi”

Corpus Domini, processione, Prima comunione, La gioia della Santa Messa, Fatti miracolosi, Gesù cammina sulle acque, Moltiplicazione dei pani, L’ultima cena, Pellegrinaggi, Fedeli e bambini in preghiera.

Le opere non saranno restituite ma faranno parte della collezione dell’Associazione.

La misura e la tecnica del disegno sono a libera scelta.

Si prega di scrivere sul retro del disegno il nome e l’indirizzo dell’autore, il titolo del disegno e il nome del maestro/a del bambino. Le opere devono pervenire entro il maggio del 2019 all’indirizzo dell’Associazione.

L’indirizzo: TILMA Alapítvány, 3001 Hatvan, Postán maradó (Főposta), Ungheria-Hungary.

L’Associazione per l’Arte Infantile TILMA ha iniziato la sua attività nel 2009 con lo scopo di aiutare i bambini talentuosi e interessati all’arte, che vivono in situazioni difficili. L’associazione intende avvicinare i bambini ed i ragazzi talentuosi con i benefattori che vogliono aiutare tali generazioni future. L’associazione ha organizzato delle mostre in tutta l’Europa. Papa Benedetto XVI nel 2011 e papa Francesco nel 2014 hanno dato la loro benedizione apostolica all’attività dell’Associazione.

 


lunedì 9 luglio 2018

Delegazione ungherese in Siria per la ricostruzione

Fra' Csaba Böjte con la scritta "pace" in ungherese
Una delegazione ungherese si è recata in Siria nell’aprile scorso per consultare i responsabili delle chiese locali sulle necessità e le possibilità della ricostruzione. L’europarlamentare On. György Hölvényi, co-presidente del Gruppo di lavoro per il dialogo interreligioso e le attività interculturali del Partito Popolare Europeo, Fra’ Csaba Böjte OFM, direttore della Fondazione San Francesco di Déva per i bambini abbandonati, e P. Szabolcs Sajgó S.I., rappresentante in Ungheria del Jesuit Refugee Service, sono stati accompagnati da due giornalisti della televisione ungherese (il cui documentario – “Di essi è il regno dei cieli” – è stato poi messo in onda dalla TV ungherese). Non è la prima volta che tale delegazione visiti i paesi del Medio Oriente dall’inizio della guerra per costatare da vicino la situazione e i bisogni della gente, soprattutto dei cristiani. Damasco, Aleppo e Homs sono state le tre città visitate su invito del Patriarca siro-ortodosso di Antiochia e tutto l'Oriente, Ignazio Efrem II. 

Fra' Csaba Böjte OFM e P. Szabolcs Sajgó SI
con il Card. Mario Zenari a Damasco
La delegazione ha incontrato diversi capi delle chiese della zona, tra cui Mons. Jean-Clement Jeanbart, arcivescovo di Aleppo dei Greco-Melkiti, Card. Mario Zenari, nunzio apostolico in Siria, il pastore della comunità protestante degli armeni, Harotun Selimian, e Ahmad Badreddin Hassoun, il gran muftì della Siria. Durante gli incontri si è parlato delle possibilità di aiutare i cristiani e di ricostruire i villaggi distrutti. Ad Aleppo la delegazione ha partecipato, insieme al patriarca Ignazio Efrem II e ai rappresentanti delle comunità cristiane, ad una veglia per i due vescovi siro-ortodossi della città rapiti dai terroristi cinque anni fa – ha spiegato Fra’ Csaba Böjte in un’intervista. Un altro momento significativo del viaggio è stata la visita a Maalula, piccolo villaggio cristiano vicino a Damasco, dove viene ancora parlato il dialetto occidentale della lingua aramaica, molto simile al dialetto parlato da Gesù Cristo. Anche questa città fu occupata dallo Stato Islamico.

“Noi cristiani dobbiamo sapere, che il regime siriano viene considerato bene dalle persone. I frati francescani di Damasco raccontano che non hanno dovuto pagare le bollette dell’elettricità e dell’acqua né prima, né durante la guerra perché il governo ha sempre coperto tali spese. Potevano avere le scuole. In Siria il 30% del servizio sanitario è gestito dai cristiani. Quindi dobbiamo dar retta alle persone secondo le quali, se questo regime fallisse, i cristiani non avrebbero più un futuro in questo paese” – ha sottolineato Fra’ Csaba Böjte nella sua intervista. Ha inoltre spiegato che tra le persone cristiane e musulmane c’è la convivenza ma non c’è il dialogo, e lo è ancor meno tra le comunità musulmane. Il conflitto in atto, infatti, non è tra i cristiani e i musulmani, ma tra musulmani e musulmani.

I cristiani della Siria vogliono resistere e rimanere in questa terra antica non soltanto per sé stessi ma per tutti i cristiani del mondo. “I francescani di Damasco ci hanno fatto vedere il luogo, quella via antica romana, dove avvenne la conversione di San Paolo – racconta Fra’ Csaba Böjte. Pregando nella piccola cappella della Conversione di San Paolo, tenendoci per mano, ho avuto la sensazione di essere arrivato a casa”. I cristiani vogliono rimanere nelle terre antiche del cristianesimo per tutti i cristiani del mondo. Tra le iniziative – ha spiegato il francescano – vogliamo organizzare delle raccolte per aiutare le ricostruzioni delle case e vogliamo portare alcuni giovani dall’Ungheria per dare una mano concreta in questa fase della ricostruzione.

P. Sajgó e Fr. Böjte con l'On. Hölvényi alla tomba di P. Frans van der Lugt a Homs

venerdì 15 giugno 2018

Festa per Mons. Tamás Tóth Rettore del Pont. Istituto Ecclesiastico Ungherese al termine del suo servizio a Roma


L’Ambasciatore d’Ungheria presso la S. Sede ha organizzato un ricevimento in onore di Mons. Tamás Tóth, Rettore del Pontificio Istituto Ecclesiastico Ungherese e Consigliere ecclesiastico dell’Ambasciata medesima, per ringraziarlo dei suoi servizi e per la buona collaborazione degli anni passati. Mons. Tóth, infatti, sta per concludere la sua missione a Roma poiché è stato eletto Segretario della Conferenza Episcopale Ungherese.

Alla festa, tenutasi il 5 giugno 2018 nei saloni di Palazzo Falconieri, hanno partecipato diversi collaboratori della Curia Romana, guidati da Mons. Paul Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati. Presenti anche i Rettori dei diversi collegi ecclesiastici nazionali dell’Urbe, nonché i consiglieri ecclesiastici delle diverse Ambasciate estere presso la S. Sede. Così pure i sacerdoti e membri della comunità ungherese di Roma.

Salutando i convenuti l’Ambasciatore ha sottolineato che nelle sue funzioni ufficiali “Monsignor Tóth si è inserito a pieno titolo nella lunga serie di ecclesiastici ungheresi che nei secoli hanno fatto da ponte tra la Chiesa in Ungheria e la Santa Sede. (…) Se, infatti, vi è una notevole continuità attraverso i secoli nei rapporti tra l’Ungheria e Roma, intesa come sede del Successore di Pietro, essa la si deve anche ai personaggi che li hanno curati, promossi e sviluppati” – ha evidenziato l’Ambasciatore Habsburg.

Ha poi ricordato che nella Basilica di Santo Stefano Rotondo l’epitaffio di un canonico ungherese, Giovanni Lazo recita: “Roma est patria omnium fuitque” (Roma fu ed è la patria di tutti). “Penso sia proprio questo che Padre Tamás potrà enunciare anche nel suo futuro lavoro” – ha continuato l’Ambasciatore, auspicando che Mons. Tóth come segretario della Conferenza Episcopale Ungherese sia pietra viva lui stesso, che edifica la Chiesa ungherese e rafforza quel ponte che la unisce a Roma.

lunedì 11 giugno 2018

Papa Francesco ha benedetto la campana di János Esterházy


Papa Francesco ha benedetto, durante l’udienza generale del 6 giugno, la nuova campana della Cappella della S. Croce di Alsóbodok (Dolné Obdokovce). Nella cappella riposano le ceneri di János Esterházy (1901-1957), politico martire ungherese della Cecoslovacchia, di venerata memoria, morto nelle prigioni comuniste per la sua fede e per la sua comunità.

Il promotore della costruzione della cappella, il Sig. Boldizsár Paulisz, oggi gravemente malato, non ha potuto accompagnare la delegazione in Vaticano, ma il Santo Padre gli ha inviato una sua speciale benedizione. Il gruppo, guidato dal Sig. Marián Paulisz, Sindaco di Alsóbodok (Dolné Obdokovce) ha omaggiato il Santo Padre con una medaglia commemorativa di János Esterházy, la cui figura, come “Promotore della fratellanza tra le nazioni” era stato ricordato, l’anno scorso, anche su L’Osservatore Romano con un articolo dell’Ambasciatore d’Ungheria Eduard Habsburg-Lothringen.
La delegazione di Alsóbodok in Vaticano con la campana benedetta dal S. Padre

lunedì 4 giugno 2018

L’eredità spirituale di Visegrád – onorificenza al Card. Dominik Duka


La Croce di Grand’Ufficiale dell’Ordine al Merito Ungherese è stata consegnata, il 23 maggio scorso, al Cardinale Dominik Duka, Arcivescovo di Praga, direttamente dal Presidente d’Ungheria S.E. János Áder. La cerimonia si è svolta nel Palazzo del Parlamento di Budapest, in presenza dell’On. László Kövér, Presidente del Parlamento e del Card. Péter Erdő, Arcivescovo di Esztergom-Budapest e Primate d’Ungheria.

Il Presidente del Parlamento László Kövér, il Card. Péter Erdő, il Card. Dominik Duka, il Presidente ungherese János Áder
Il vice primo ministro On. Zsolt Semjén, ha pronunciato la laudatio, evidenziando i meriti del Cardinale Dominik Duka che ha sempre dimostrato negli anni disponibilità e amicizia verso l’Ungheria. Non solo visitando spesso il Paese, ma anche impegnandosi per la comunità cattolica ungherese in Cechia. Grazie a lui, nel 2017, ha potuto rinascere la parrocchia personale degli ungheresi a Praga, presso la Chiesa di Sant’Enrico. L’Arcivescovo di Praga ha lavorato con dedizione per promuovere la reciproca comprensione tra i due popoli e per la difesa dei loro principi tradizionali condivisi. Ha ricordato inoltre che il Cardinale ha contribuito a promuovere la memoria del Conte János Esterházy e del Card. József Mindszenty a Praga.

Nel suo discorso di ringraziamento il Card. Duka ha ricordato, a sua volta, i periodi difficili ma nello stesso tempo gloriosi della storia d’Ungheria, di cui il Parlamento stesso è il simbolo. Ha sottolineato che la figura di Sant’Adalberto è sempre stata un legame tra le nazioni ungherese e ceca ed ha caratterizzato l’aspetto politico e spirituale dell’Europa Centrale. L’eredità spirituale dell’Imperatore Ottone III, del Principe di Polonia Mieszko I e di Papa Giovanni Paolo II continua ad ispirare la collaborazione dei Paesi di Visegrád. Così pure la spiritualità e il carisma dei santi della Casa d’Árpád, come Elisabetta d’Ungheria, Margherita e Sant’Agnese di Praga sono tuttora vivi in questi Paesi. Ma l’Ungheria del XV-XVII secolo ha pure sopportato grandi sacrifici per contrastare l’espansionismo turco, sebbene questi fatti storici siano oggi, purtroppo, coperti dall’ignoranza della storia. Il Card. Duka ha pure lodato l’esempio del Card. Mindszenty la cui testimonianza è stata un’ispirazione per il cardinale ceco Josef Beran, a sua volta uomo della fede e dell’amore per la Chiesa e della propria nazione. Il coraggio dei grandi pastori dell’Europa Centrale come Mindszenty, Beran, Stepinac e Wyszyński può essere un esempio per tutta la Chiesa ed una speranza per il futuro – ha aggiunto il Card. Duka.