giovedì 26 gennaio 2017

In memoriam Padre Placid – le quattro regole della sopravvivenza


Si è spento, all’età di cento anni, Placid Oloffson OSB, sacerdote benedettino ungherese reduce del Gulag. Tantissimi lo conoscevano in Ungheria per la sua allegria, la sua fede e il suo gusto di vivere e per le sue “quattro regole della sopravvivenza”.

Nato a Rákosszentmihály nel 1916, entrò nell’Ordine Benedettino nel 1933 con il nome di Padre Placid (Placido) e insegnò nei vari licei del suo ordine. Arrestato nel 1946 nel Monastero di Pannonhalma, per aver parlato contro i comunisti, fu portato nelle camere della tortura della polizia comunista (ÁVH). Fu condannato a dieci anni di lavori forzati da scontarsi nell’Unione Sovietica.

P. Placid Oloffson alla messa per i suoi 100 anni
(foto: Magyar Kurír)
A quel punto P. Placid cercava di capire quale fosse il progetto di Dio per la sua vita. Nei giorni successivi al processo, finito con diverse condanne a morte, lui venne assegnato alle pulizie della prigione. Mentre stava lavando il pavimento, cominciò a cantare sommessamente una canzone popolare ungherese. Quando comprese che la guardia sovietica che lo sorvegliava non capiva l’ungherese, P. Placid cominciò a comunicare con i condannati a morte – sempre con la melodia di prima – recandogli conforto e impartendogli l’assoluzione collettiva, richiesta dalla situazione. Qualche giorno dopo uno di questi prigionieri, graziato all’ultimo momento, gli raccontò quanto sia stata provvidenziale quella sua presenza. Così P. Placid capì quale sarebbe stato per lui il progetto di Dio nella prigionia: sostenere i compagni nella sofferenza. “Io sono stato l’uomo più felice in tutta l’Unione Sovietica perché avevo trovato la mia missione.” – diceva, e durante i lavori forzati al Gulag escogitò le quattro regole della sopravvivenza.

Prima regola per sopravvivere: non fare della propria sofferenza un dramma. Quando qualcuno nel lager cominciava a lamentarsi P. Placid cercò subito di distogliere i suoi pensieri dalle sofferenze e difficoltà che stava affrontando.

La seconda regola è quella di vedere in ogni situazione le piccole gioie della vita. Padre Placid con i compagni organizzò un vero “campionato”: vinceva chi riusciva a vedere più gioie e soddisfazioni nella sua giornata (durante i lavori forzati a -20 gradi in Siberia). Raccontava di uno dei “campioni” che una volta vinse con ben diciassette cose positive sperimentate quel giorno e diceva: “Guardate oggi non ho neanche avuto il tempo per soffrire perché avevo in mente solo le cose positive – non è poi così facile tenerle in mente tutte…”.

La terza regola consisteva nel mantenere un portamento dignitoso, di “far vedere anche ai carcerieri di non essere inferiore a loro”, senza però abbandonarsi alla narrativa di essere “l’innocente che soffre ingiustamente”. Diceva P. Placid, che egli sapeva benissimo di non essere “innocente”: lo avevano condannato ai lavori forzati per aver svolto “propaganda antibolscevica”. Ed era proprio quello che lui aveva fatto richiamando l’attenzione della gente al pericolo comunista.

La quarta, invece, diceva che è più facile sopportare la sofferenza se hai un sostegno – un sostegno nella fede in Dio che comunque non vuole la tua perdizione. A questo riguardo Padre Placid ha raccontato anche come riuscisse a celebrare la S. Messa al Gulag, la notte, di nascosto, con dei pezzetti di ostia, ricavati da un dolce, e con del succo d’uva, ricavato da qualche chicco, ottenuti grazie ai compagni prigionieri di cittadinanza sovietica, ai quali era permesso ricevere dei pacchi dalle proprie famiglie.

Una delle sue storie più meravigliose era forse quella di quel Natale al Gulag (nell’URSS quella festa era, ovviamente, vietata), quando riuscirono a procurarsi un ramo di abete dalla foresta dove lavoravano e lo abbellirono con quanto di poco trovarono nel lager. Causarono poi un corto circuito nel sistema elettrico e così nel buio le guardie cominciarono a sparare dei razzi colorati dalle torri di avvistamento: si trattava per loro di veri fuochi d’artificio per la festa! Mentre una trentina di prigionieri ungheresi stava celebrando nella baracca, entrò d’improvviso un loro compagno russo, un poeta, anch’egli prigioniero. C’era il rischio che li denunciasse alle guardie per cospirazione, ma non successe nulla. Quando, il giorno dopo, P. Placid lo avvicinò, quello gli disse: “Guardate, io sono stato educato da ateista, ma da quando ieri ho visto che voi anche in questa situazione avete la forza e la gioia di festeggiare, io non ho più bisogno di argomenti a favore di Dio.”

Rilasciato dal Gulag nel 1955 e tornato in Ungheria, P. Placid dovette lavorare come operaio fino alla pensione, poiché non gli fu permesso di svolgere servizio pastorale. Solo a partire dalla metà degli anni ’70 poté servire presso la parrocchia di Sant’Emerico di Budapest.

Dopo la caduta del comunismo Padre Placid invitato spesso nelle varie comunità, ha raccontato ovunque la storia delle sue sofferenze nei campi di prigionia dell’Unione Sovietica. Ma lo ha fatto in un modo pieno di fede e di umorismo, che sapeva infondere gioia e speranza in chiunque lo ascoltasse. Diceva spesso: “Vedete, il Signore ha il senso dell’umorismo. L’Unione Sovietica per dieci anni ha fatto di tutto per rovinarmi, eppure io sono tuttora qui, a questa età, ma dov’è ormai l’Unione Sovietica?”

Insignito nel 2016, in occasione del suo centesimo compleanno, dell’altissima onorificenza di stato dell’Ordine d’Onore Ungherese, Padre Placid Oloffson ha festeggiato, nel dicembre scorso, nella parrocchia di Sant’Emerico. Allora, nel suo discorso ha esortato i fedeli di essere sempre consapevoli che nella Santa Messa “si realizza il miracolo più divino di Gesù Redentore” cui possiamo partecipare anche noi e che ci rende felici anche in questo mondo turbolento. “Cari fratelli, questa è forse la mia ultima richiesta: sperimentate il mistero della Santa Messa! Vi garantisco, con fede granitica, che se vi partecipate con questo spirito, traendone forza per la settimana successiva, allora ci vedremo nell’eternità. Arrivederci a casa.”



È proprio nella sua parrocchia che si è placidamente addormentato nel Signore la sera del 15 gennaio 2017. Le sue esequie si svolgono oggi a Budapest e verrà sepolto, secondo la sua volontà, nella cripta dei benedettini di Pannonhalma.

Appresa la notizia della morte di P. Placid Oloffson, il Primo Ministro Viktor Orbán ha scritto all’Arciabate di Pannonhalma Mons. Asztrik Várszegi per esprimere il suo cordoglio: “I cento anni della sua vita hanno testimoniato che dove c’è lo Spirito del Signore lì c’è la libertà: così in chiesa e a scuola, come nella prigione e ai lavori forzati. Da lui abbiamo saputo imparare, assieme alle quattro regole della sopravvivenza, che neanche la più oscura delle dittature può togliere dal credente la fiducia in Dio. Siamo grati perché, con il suo personaggio affascinante e sereno, ha saputo trasmettere coraggio, fede e sollievo spirituale nella vita di chiunque lo ascoltasse. Ha dato, inoltre, per tutti gli ungheresi, un esempio di fedeltà e di amore per la patria.”

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