mercoledì 17 febbraio 2016

Religioni e diplomazia - intervento dell’Ambasciatore d’Ungheria


Si è tenuto, il pomeriggio del 17 febbraio, il secondo incontro del ciclo “Religioni e diplomazia”, promosso dall’Associazione Carità Politica.

 
Sono intervenuti S.E. Mons. Cyril Vasil' S.J., Segretario della Congregazione per le Chiese Orientali, S.E. Sig.ra Irena Vaisvlaite, Ambasciatore di Lituania presso la Santa Sede, S.E. Sig. Pavel Vosalik, Ambasciatore della Repubblica Ceca presso la Santa Sede, e S.E. Sig. Eduard Habsburg-Lothringen, Ambasciatore di Ungheria presso la Santa Sede.

 

Pubblichiamo di seguito il testo dell’intervento di S.E. Eduard Habsburg-Lothringen

 

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Vorrei cominciare con una citazione attualissima: “…la trasformazione di alcuni paesi in società secolarizzate, estranee ad ogni riferimento a Dio ed alla sua verità, costituisce una grave minaccia per la libertà religiosa. È per noi fonte di inquietudine l’attuale limitazione dei diritti dei cristiani, se non addirittura la loro discriminazione, quando alcune forze politiche, guidate dall’ideologia di un secolarismo tante volte assai aggressivo, cercano di spingerli ai margini della vita pubblica.”

Naturalmente tutti voi avrete subito riconosciuto che si tratta della dichiarazione comune di Papa Francesco e del Patriarca di Mosca Kirill, firmata a Cuba il venerdì scorso – un evento che come pochi altri rientra nel campo della religione e della diplomazia.

Mi sembra che i due capi religiosi abbiano toccato una realtà interessante. Almeno nel cosiddetto „Occidente” dell’Europa, ossia nei Paesi che non erano stati sottoposti ad un regime comunista o socialista per una o due generazioni, mi sembra di osservare una tendenza quasi radicale di spingere il fattore religioso ai margini della vita pubblica o, addirittura, nella sfera privata. Come se l’interpretazione giusta della libertà di religione fosse quella di una libertà dalla religione.

Il nostro continente che ha goduto per due generazioni dell’assenza di guerre e di un benessere economico, sembra adesso di voler liberarsi dalle catene spiacevoli del suo passato “costantiniano”. Solamente rimuovendo la religione dalla vita pubblica, dice tale ragionamento, tutto sarà a posto e l’uomo potrà, finalmente, promuovere il vero bene comune.

Invece, nei miei colloqui con personaggi e colleghi dei cosiddetti “paesi dell’Est” (un termine del passato adesso riesumato all’improvviso), ho riscontrato un approccio molto più “permissivo” per quanto riguarda la presenza della religione nella sfera pubblica. Senza mai abbandonare il principio fondamentale della società democratica, della separazione tra Stato e Chiesa, in questi Paesi mi sembra di sentire più spesso utilizzare la parola “Dio” nella vita pubblica.

Religione, famiglia e altri valori che per oltre 1500 anni hanno caratterizzato l’Europa sembrano essere più presenti da quelle nostre parti. Non penso di essere l’unico ad averlo osservato, visto che pure un giornalista dello “Spiegel” qualche mese fa ha scritto che era forse un errore ammettere quei “paesi dell’Est” al progetto dell’Europa unita, vista la presenza, a suo avviso “troppo grande”, anche della religione nella vita quotidiana, per cui i loro valori “non sono quelli dell’Europa attuale”.

Per passare ad un esempio concreto, io adesso lavoro per un Governo composto per la maggior parte di ministri e sottosegretari che sono personalmente uomini di fede, o almeno persone coscienti della loro cultura cristiana. Durante i miei incontri con loro accade spesso che la conversazione tocchi temi di fede o filosofiche, ma sempre con un background cristiano.

L’anno scorso, in occasione delle celebrazioni per i venticinque anni del ristabilimento delle nostre relazioni diplomatiche con la Santa Sede il ministro degli esteri ungherese Péter Szijjártó ha voluto dimostrare come i principi che guidano la politica estera del nostro Paese siano quasi naturalmente ispirati a valori religiosi o comunque morali.

Prima di tutto, la politica estera dell’Ungheria, un Paese di grande tradizione cristiana, parte dal presupposto di far parte di un’Europa le cui radici sono cristiane. Per avere successo bisogna quindi trarre forza dai valori cristiani che poi sono, per la gran parte, comuni ad altre religioni e alla democrazia stessa.

L’Ungheria sente il dovere della solidarietà con le comunità cristiane perseguitate nel mondo, in questi tempi in modo speciale con quelle del Medio Oriente. Il Governo ungherese è convinto perciò di dover dare il proprio, seppur limitato, contributo – politico e fattivo – al ristabilimento delle condizioni di vita umanamente degne in quei Paesi. Lo fa sia con mezzi militari (siamo presenti con una missione nell’Iraq) che tramite assistenza umanitaria e aiuti allo sviluppo. Questi aiuti il Governo ungherese, di norma, li affida alle organizzazioni umanitarie e caritatevoli delle varie confessioni religiose, anche perché le ritiene i più efficienti. (Conviene rammentare a tal proposito che la Legge fondamentale dell’Ungheria contiene addirittura un obbligo per lo Stato a collaborare con le chiese per il bene comune.)

Io non vorrei certo dire che tutti i Paesi europei dovessero percorrere la stessa strada. Le storie e i “curricula nazionali” sono diversi, le sensibilità attuali pure. Allo stesso tempo, l’esperienza e la situazione attuale ci fanno comprendere l’importanza del dialogo con una realtà che il dialogo religioso ed interreligioso lo pratica da secoli, vale a dire con la Santa Sede, della quale ultimamente vediamo rafforzata la presenza nel campo della mediazione internazionale.

Nel grande e valido progetto europeo, al quale non vedo un’alternativa, ci deve essere spazio per delle visioni diverse, e così anche per Paesi dove la presenza della fede nella sfera pubblica è più sentita. Guardate: avendo sei bambini so benissimo che attorno al tavolo si riuniscono sei progetti di vita diversi (otto se si contano pure i genitori). E questo è possibile, poiché siamo una grande famiglia.

 

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